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(FUOCHI D'ARTIFICIO)
(FUOCHI D'ARTIFICIO)
GIULIO: Quanto manca?
SVEVA: Un'ora. - Ancora?
(PORTA SI APRE) MARGHERITA: Giulio, Sveva.
Che fate lì?
Dai, fa pure freddo. Venite.
(FUOCHI D'ARTIFICIO)
Andiamo?
Mi chiamo Giulio Ristuccia. Nel 1982 avevo 16 anni.
(MUSICA ANNI '80)
(IN ROMANO) Stanno bruciando tutto. Ce stanno gli scontri. Andiamo!
Giu', bruciano le macchine. Andiamo a vedere.
Non ti muovere, stai qua.
RAGAZZO: Dai, andiamo.
(VOCI CONFUSE)
(URLA)
(CORI)
Aprite!
Aprite!
Fascisti!
Non c'entro un cazzo.
(SPARO)
- Oh! - Paolo.
GIULIO: Che cazzo hai fatto? - Che cazzo è questo sangue? Aiuto!
GIULIO: Aiuto!
(IN ROMANO) Prendiamolo.
Prendilo dal braccio.
Aiuto!
Questo deve andare in ospedale.
(IN ROMANO) Gli hanno sparato? Dai, che questo muore.
Svelti, entra.
Piega le gambe.
Svelti, ragazzi.
Come ti chiami?
Ti ricordi come ti chiami?
Come?
Riccardo.
Si chiama Riccardo. Riccardo, non morire.
Hai capito che non devi morire?
Apri gli occhi, stai con noi, sveglia, resisti.
- Quanto manca? UOMO: Siamo quasi arrivati.
Sveglia, apri gli occhi. Stai con noi.
(VOCI NON UDIBILI)
Che vi è successo?
- Hanno sparato. - A chi?
Si chiama Riccardo.
È un amico vostro?
Riccardo si salvò.
Noi da quel giorno Io chiamammo Sopravvissuto,
che poi diventò "Sopravvissù".
Se ero sopravvissuto a questo, nella vita sarei sopravvissuto a tutto.
Sopravvissù, c'è tua madre con la topa di fuori.
Ma che fai? Non li vedi i miei amici?
E che sarà mai, amore, dai. Ce l'abbiamo tutte uguali! E su!
(RIDONO)
l genitori di Riccardo erano così, molto diversi dai miei.
Ci invitarono a passare l'estate con loro. Erano gentili, pure se comunisti.
PADRE: Riccardo, tieni.
Costruimmo una colombaia perché mi piacevano i piccioni.
A me gli animali piacevano tutti.
Quella fu l'estate più bella della mia vita.
Tieni, Sopravvissù.
Questa sarà per sempre la loro casa.
Resteranno qui per sempre?
Sì.
GIULIO: Ragà, vi devo dire una cosa.
Però mi dovete aiutare.
Ti dobbiamo aiutare?
È una cosa grossa.
Non l'ho mai detta a nessuno ma sono almeno sei, sette mesi che ci penso.
Che cazzo è?
Vi dovete fidare. Io rimedio tutti i pezzi, a 18 anni sapete dove ci andiamo?
- Dove ci andiamo? - Via.
Ce ne andiamo via da qui. Il più lontano possibile.
PAOLO: Ma qual è?
GIULIO: È questa. Guarda che bella.
RICCARDO: Bella.
Ma si accende?
Non ti preoccupare. Ma ci pensate a noi tre là dentro?
Ce ne andiamo a Barcellona...
Bella Barcellona.
Come facciamo a rimetterla a posto?
Non rompere i coglioni. Se io mi metto una cosa in testa, la faccio.
- Non hai capito. - Non hai capito proprio. Andiamo dentro.
Sono 500.000 lire.
È un grande affare. La cappotta si toglie e diventa una meraviglia.
Non ce li abbiamo tutti questi soldi.
Se non ce li avete, andatevene.
- Cinque piotte sono troppe. - Allora andatevene!
Questa macchina ce la portiamo via.
In un modo o in un altro ce la portiamo via.
Sì, ma come cazzo facciamo?
- Vi ho mai detto cazzate? - No.
Appunto.
È un prestito, ve li ridò i soldi, giuro, non vi chiedo più niente.
Ma che ci devi fare?
Non ce Io dice.
Vi siete cacciati in qualche guaio?
Riccardo.
GIULIO: "Se una cosa la vuoi davvero, alla fine sarà tua.
La devi solo volere davvero."
Che dici, pa'?
ORESTE: Ti devi fare l'antitetanica.
È da paura.
ORESTE: Quanto gli avete dato?
- Cinque piotte. - Bravi, coglioni.
Gli manca la pompa dell'acqua, la pompa della benzina,
Io spinterogeno e il gruppo aspirazione.
E grazie al cazzo. La volevi nuova per 500.000 lire?
E quando sterzi gira?
Certo, che sono, un coglione?
Che gira?
Ha il piantone sfondato. Alla prima curva ve ritrovate in faccia al muro.
Riconsegna la macchina e fatti ridare i soldi.
l pezzi li trovo io. Ti ho chiesto solo se la posso tenere al deposito.
Fai come cazzo ti pare, magari impari a lavorare.
Ma non potevo avere un figlio intelligente?
Giu', che facciamo?
La ripariamo, Sopravvissù.
Un'altra differenza fondamentale tra noi e gli uccelli
è che noi abbiamo Io sterno piatto.
Gli uccelli hanno Io sterno a V. Eccolo qua.
E i loro muscoli pettorali,
che in proporzione sono enormemente più potenti dei nostri,
agganciandosi allo sterno gli permettono di sopportare il peso dell'aria.
(LUCY CINGUETTA) Vero, Lucy?
Ciao.
Ma come fa a seguirti sempre?
L'ho imboccata appena è nata. È cresciuta con me.
Ah, sì?
Sì. Pensa che io sia sua madre.
(CAMPANELLA) PROFESSORESSA: Un applauso a Incoronato
che ci ha fatto questa lezione sul volo degli uccelli.
Grazie. Noi ci vediamo la prossima settimana.
Allora ci becchiamo.
Sì. Come ti chiami?
- Gemma. - Io sono Paolo.
- Piacere. - Ciao.
Ah, aspetta.
PAOLO: "Si chiamava Gemma.
Io neanche Io sapevo che esistesse un nome così bello."
Io voglio una donna, porca zozza.
Non ce la faccio più ad aspettare.
Voglio scopare con la prima che passa, pure se è una cozza.
Dev'essere la cosa più bella del mondo, eh?
Scoparsi una, dico.
Pa', ma tu ci pensi a scopare?
(CIGOLIO DELLA MACCHINA)
Oh! Io ci sto lavorando qua sotto.
E dai!
(MUSICA DA DISCOTECA)
(URLA)
Oh, secco!
- Scusa. - Dov'è il pappagallino?
A quest'ora sta a casa.
Dai, che bevi?
E che è?
Non Io so.
- Oh, leva sta roba. - Ci sta, dai!
Non si può sentire. (MUSICA LENTA)
E fate un po' gli anziani, su. Forza con queste mani, così.
Gli piace fare Io stupido.
Lo vedo.
Ti va?
("REALITY" - RICHARD SANDERSON)
(MUSICA RITMATA)
TUTTI: Dieci, nove, otto, sette, sei,
cinque, quattro, tre, due, uno!
(URLANO)
- Auguri. - Buon anno.
Buon anno.
Sopravvissù!
Buon anno.
Auguri.
Auguri!
Tuo padre?
No, lascia stare mio padre.
Se n'è andato da casa che avevo un anno,
poi mia madre m'ha strappato tutte le foto sue.
Non so manco che faccia ha, pensa un po'.
E non sai dove è adesso?
Lei mi ha detto che ha fatto un incidente con la moto. È morto.
Pure mio padre è morto.
Davvero?
Sì. Lui però di infarto. Io c'avevo sei anni.
Beh, c'avevi sei anni, significa che te Io ricordi un po'.
Gli vorresti chiedere qualcosa?
Gli vorrei chiedere tante cose.
Beh, io sono arrivata.
(TOSSISCE)
Abitiamo vicini.
- Ah, sì? - Sì.
Buon anno.
Aspetta.
(FUOCHI D'ARTIFICIO)
Mi sono spaventata.
Ma noi ci rivediamo, eh?
- Sì. - Sì?
Ok.
- Buon anno, ciao. - Ciao.
- Gemma. - Ciao zia.
Che hai fatto?
Sono stata con gli amici.
Ciao, ma'.
Buon anno, eh?
Prova ora, Sopravvissù.
(ACCENSIONE DELLA MACCHINA)
Non parte.
Riprova.
Ti ho detto che non parte.
GIULIO: Dai!
C'aveva ragione tuo padre.
Ora ti faccio vedere io mio padre. Levati.
Non servi a un cazzo.
(ACCENSIONE DELLA MACCHINA) Dai!
Ti prego, parti!
Dai, parti.
Parti, brutta troia! Ti prego.
Oh! (MOTORE DELLA MACCHINA)
Tu sei un genio.
Sono un cazzo di genio.
(URLANO)
Guarda che ficata!
GEMMA: Fermati e fammi provare.
Andiamo.
(URLANO)
GIULIO: Vai piano.
- Piano. - Frena, porca troia!
È una ficata pazzesca, ragà!
(CANTANO "IL ROCK DI CAPITAN UNCINO" DI EDOARDO BENNATO)
Signore, ce la può fare una foto?
A voi la devo fare?
No, a 'sto cazzo. A noi la deve fare.
Uno, due...
Eh!
- Alla salute! RICCARDO: Grazie.
Ragà, alle cose che ci fanno stare bene.
Alle cose che ci fanno stare bene!
Paolè, hai finito?
Oh, e dai!
Arrivo.
Ciao, amore.
- A domani. GEMMA: Ciao.
E falla respirare ogni tanto, questa poveraccia!
Ti sei mangiato il Vinavil?
PAOLO: Mi sono innamorato, ragà.
(IN CORO) Fatece largo che passamo noi
Beh? Che è successo?
Gemma.
Tua mamma se ne è andata.
Ma che dici, zi'?
Che dici, zi'?
Ma'?
(PIANGE)
(TELEFONO SQUILLA)
(singhiozzando) Pronto?
Paolo, sì...
ZIA: Tua cugina non ti vuole.
O vieni a vivere a Napoli con me o vai in un istituto.
Io a Napoli non ci voglio andare, come te Io devo dire?
Gemma, è la legge. Non sono io che decido!
A me fai solo un favore se non vuoi venire a casa mia.
Non so manco dove ti devo mettere.
Vuoi andare in un istituto? (TELEFONO SQUILLA)
Basta che Io dici.
Chi è?
No, Gemma non può venire adesso.
Dammi un attimo.
Chi è?
Paolo, sì.
No, mi sta dicendo che se non vado a Napoli con lei,
mi sbattono in un istituto.
- Gemma! - Un attimo.
- Stavamo parlando! - Un attimo, zia!
Gemma.
Ti chiamo dopo, ok?
ZIA: Gemma.
Ma lasciami stare una volta, manco posso parlare al telefono, cazzo!
RICCARDO: Paolo!
Paolo!
Devi venire. Corri, è successa una cosa brutta.
Ho detto apri la porta!
Apri questa cazzo di porta!
Hai sentito o no? Te la butto giù, ti rompo tutto!
Apri la porta, porca troia!
Ora mi hai rotto il cazzo.
Hai capito che mi hai rotto il cazzo?
Che vuoi? Eh?
La macchina era nostra.
Ma vedi di andartene.
Mi devi dire a chi l'hai venduta.
Dicci a chi, la dobbiamo riprendere.
Ma tu chi cazzo sei? Che parli?
Mi devi dire dove sta, se no raccontiamo tutto.
Di che stai parlando?
Di tutti gli impicci che fai qua dentro,
la roba che te rubi e ti rivendi tutto la notte.
Mi avete veramente rotto il cazzo, tutti e tre.
Io ti vado a denunciare.
Guarda che ti andiamo a denunciare sul serio.
Ma tu che cazzo vuoi? Eh? Cosa vuoi?
Vuoi denunciare tuo padre? Mi vuoi mandare in galera?
E poi di che cazzo campi, eh? Morto di fame. Di che campi?
Prenditi questi soldi. Vuoi i soldi? Prenditi i soldi, tieni.
Questi me li trattengo per la commissione,
questi me li trattengo per l'immatricolazione
e questi perché sono cazzi miei.
Tieni i soldi, bello de papà. Ora vattene a fanculo!
(CINGUETTA)
(CITOFONO)
Vado io, ma'. Pronto?
Pronto?
Pronto?
(BUSSANO ALLA PORTA)
Sta passando mia zia a prendermi.
Sta passando qua?
Mi porta a Napoli, Pa'.
Adesso?
No.
Non te ne puoi andare così.
Non posso non andare.
E io come faccio?
Io non ce la faccio a stare senza di te.
Vieni qua,
voglio farlo adesso.
Non voglio più aspettare.
L'hai chiusa la porta?
L'hai chiusa?
(GIRA LA CHIAVE)
(GEMITI)
Prometti che vieni a trovarmi?
- Sì. - Eh?
Sì, vengo.
Prometti che non mi dimenticherai mai.
Mai, mai. (CITOFONO)
No.
No, mai.
Mai, mai.
MAMMA PAOLO: Paolo?
Che vuoi, ma'?
MAMMA PAOLO: C'è una che cerca Gemma.
PAOLO: Arriva.
Vieni via con me.
Andiamo via insieme.
Come faccio, eh?
Beh, una soluzione la troviamo.
Te Io prometto.
Lo sai che non si può fare.
Non si può.
Paolo.
Senti io adesso devo andare, eh?
Però...
tu ricordati sempre che io ti amo tanto.
Tanto tanto.
Ok.
Devo andare.
Ciao, amore.
Ciao, eh?
(PIANGE)
Gemma!
Ti amo.
Ciao.
Lucy!
Lucy!
Lucy.
No. No!
Cambiare città e amici fu uno shock.
Mia zia era una stronza maledetta,
le mie cugine due orride gelose.
(FISCHIA)
(IN NAPOLETANO) Girasò, dove vai?
Sei uno spettacolo.
CUGINA: Guagliò, hai finito?
Mica è colpa nostra se quella è bella.
È vero.
Guarda questa.
Ue', bionda, vuoi una mano?
- Sali fino a sopra? - Non gli dare retta.
Vabbè, ciao.
Tutti i maschi uscirono pazzi per me.
Facce vedere come sei diventata brava.
Ripeti dopo di me. "Si bell' comm' o sole."
"Si bell' comm' o sole."
- L'hai detto a me? - Sì.
Vieni qua.
Come sei bella.
Che mi fregava se mi dicevano che ero una zoccola?
A me bastava che il tempo passasse in fretta.
PAOLO: "Cara Gemma,
sono ancora io.
Anche se hai smesso di rispondere alle mie lettere,
io ci penso sempre a quando ci rivedremo.
Ti amo.
Io ti amo.
Posso anche venire a Napoli, se vuoi,
ti prego rispondimi.
Paolo."
GEMMA: "Caro Paolo.
È passato tanto tempo, è vero."
Sono cambiate tante cose.
Da quando ho fatto 18 anni non abito più con mia zia
e sto con un ragazzo. Si chiama Nunzio,
abito con lui adesso.
Questo te Io dico perché ti voglio bene e non ti voglio fare male.
La vita ci ha portato a perderci, Io so.
Ma io ti ho voluto bene veramente.
Ricordatelo sempre.
Spero che sarai felice,
per sempre.
Ciao.
Gemma.
GIULIO: "Il 9 novembre del 1989 cambiò la storia.
Pensammo tutti che nulla sarebbe mai stato più come prima.
Quello stesso giorno io mi laureai."
La professione dell'avvocato ci riconduce ai principi più alti
dell'eguaglianza fra uomini. Come diceva Calamandrei,
la legge è uguale per tutti è una bella frase che rincuora il povero,
quando la vede scritta sopra le teste dei giudici.
Ma quando egli si accorge che per invocare l'uguaglianza della legge a sua difesa,
è necessaria la ricchezza che egli non possiede,
allora quella stessa frase diventa una beffa alla sua miseria.
Signori, scusate, vi chiedo una cortesia.
Di fare un bell'applauso a questo ragazzo qua, Giulio.
- Sì. - Il nostro amico, che oggi si è laureato.
Grazie.
E diventerà presto un grande avvocato.
Bravo!
Poco dopo toccò a me.
"Mi laureai in Lettere e feci subito il concorso di Stato
per diventare insegnante di latino e letteratura italiana."
- Bravo! - Bravo!
Che emozione.
PAOLO: "L'idea di tramandare cultura, arte e persino una mia visione della vita
alle nuove generazioni, mi appassionava."
(BRUSIO)
Ragazzi.
Ragazzi, scusate.
Io sono qui e sto cercando di fare il mio dovere, no?
Trasmettendovi ciò che amo,
ciò che penso possa esservi utile nella vita, no?
(CAMPANELLA)
Sicuramente sono io che sto sbagliando qualcosa, no?
Non lasciate che sia il mondo a definirvi, però, eh?
Siate voi a definire il mondo.
Sì, professo'.
PAOLO: "Mentre iniziavo il mio viaggio nel mondo del precariato scolastico
e Giulio iniziava quello della giustizia come avvocato d'ufficio,
Riccardo tentava la strada nel mondo del cinema."
- Barabba! - Barabba.
- Barabba. - Barabba.
Insomma, è tanto che fai questo mestiere?
La comparsa? Un pochetto.
No, io come hobby, nei ritagli di tempo.
In realtà scrivo articoli per una rivista di cinema che si chiama Zapruder,
come il tizio che per caso girò l'omicidio di Kennedy. Hai presente?
No.
Invece Io sai qual è il mio più grande sogno?
Vuoi fare l'attrice.
Ma tu con questa faccia non devi solo sognare,
tu hai il dovere morale di fare l'attrice.
Ma Io vedi che mi fai ridere?
Infatti, mi sa che ho sbagliato tutto. Dovevo fare il comico.
Nella vita ci vuole fortuna, ma quella serve in tutte le cose.
- Certo. - Perché in amore non serve fortuna?
Beh, senza fortuna dove andiamo?
GEMMA: "A Napoli Nunzio conosceva tutti e tutti conoscevano Nunzio."
Uno, due, tre, quattro e cinque a te. Uno, due, tre a te.
La verità è che erano stati anni tanto strani.
Vai, Nunzio, com'è sta roba? Vai, Gemma!
- Non sto piangendo. - Vieni qua. Ti faccio male.
(URLA)
(URLA)
NUNZIO: Chiedi scusa. - Scusa!
Vista da fuori fa strano, Io so.
Ma a me, vista da dentro, sembrava normale, la mia vita con lui.
E poi che ne sapevo io di cos'era l'amore, no?
Subito, signora.
Pa', portami questo al due.
Gemma.
Gemma!
Paolo.
Ciao.
Che stai facendo? Sei tornata a Roma?
No, sto ancora a Napoli.
Lui è Nunzio, il mio ragazzo. Lui è Paolo.
Piacere, Nunzio.
Hai da accendere, per caso?
Sì.
Io sto qua da...
al bar da mamma, ad aiutarla.
Che fate, vi trattenete?
Ripartiamo stasera.
È stato un piacere, ma ce ne dobbiamo andare.
Abbiamo un sacco di cose da vedere, eh, nennè?
"Avoja".
M'ha fatto piacere incontrarti.
Una cifra.
Eccomi. Ciao.
- Gemma! - Eh.
Ma chi è 'sto coglione?
Un amico mio.
Pa', che hai?
Eh? No, niente.
Ehi.
- Gemma. - Eh?
A che stai pensando?
A niente.
- Sei contenta? - "Avoja".
GEMMA: "È stato così che decisi di scappare da Napoli."
("E TU COME STAI?" - CLAUDIO BAGLIONI)
(FISCHIA) Ah, bella! Dove vai?
Dove andate voi? Che poi vi raggiungo. Vai.
- Dai. No! - No.
No!
- Paolo, è per te. - Mortacci.
Non ci sto per nessuno.
Mi sa che ci stai, invece. Dai.
Chi cazzo è?
Pronto?
Sono scappata. Sono tornata.
(SVEGLIA)
Mamma, mi raccomando. Falla dormire quanto vuole.
Fino a quanto deve dormire?
Fino a quanto vuole, te Io sto dicendo.
E quanto se dovrebbe fermare qua?
Si ferma quanto vuole, mamma. Te Io devo dire in cirillico?
Che sono io per te?
Cosa sei tu per me?
Eh...
Tu sei tutto per me.
Sei il cielo.
Le nuvole...
L'arcobaleno.
- Il mare. - Vabbè.
Tu sei il mio unico amore.
Non lasciarmi andare via, mai.
Perché io ti amo.
In un certo senso, siamo un po' tutti dei Giacomo Leopardi
che cercano nello sguardo del padre il consenso.
Quindi non è un caso se nei momenti di paura,
di crisi sociale, economica e quant'altro,
il popolo sceglie il dittatore di turno, l'uomo forte,
colui che attraverso l'imposizione autoritaria della Legge
rassicura momentaneamente le masse che in lui cercano il padre perduto.
Quindi... (BUSSANO ALLA PORTA)
Sì?
Mi scusi, professore.
Appena finita la lezione, può cortesemente passare in presidenza?
PAOLO: Sì.
Beh, ragazzi, penso che questa sarà la nostra ultima lezione.
Perché?
Perché quando mi chiamano in presidenza,
è per avvisarmi che sta tornando il vostro professore di ruolo e che quindi...
si chiude.
PAOLO: "Il mio periodo di supplenze sembrò non finire mai."
Grazie mille, arrivederci.
PAOLO: "Avevamo tutti i nostri sogni. Li avevo io, li avevano quei ragazzi.
E li aveva pure lei."
Allora?
Si può sapere perché sei così nervosa, mi tratti in quel modo al telefono?
Mi sono rotta il cazzo di vivere con tua madre.
Gemma, sto aspettando di avere uno stipendio fisso.
Ah, stipendio fisso. Ma in due li metteremo su due spicci, no?
O mi porti via o me ne vado da sola.
Fosse pure in culo al mondo, io giuro che me ne vado.
Lo sai che c'è?
Hai ragione.
Lunedì ce mettiamo a cerca una casa, una casetta tutta per noi, va bene?
Mi prendi per il culo?
No.
Vieni qua.
Paolo!
Paolo!
Accompagnami.
Che c'è?
Dimmi.
MAMMA PAOLO: Devo andare al bagno.
Andiamo.
Nemmeno tre settimane dopo, sua madre ebbe un'ischemia.
Piano.
Voltati.
E che dovevo fare?
La lasciavo sola?
(GRIDA FESTOSE)
RICCARDO: "Tornando alla mia storia,
io e Anna un giorno d'estate giurammo di restarci accanto sempre,
in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà.
Eravamo felici e innamorati."
L'amore è la cosa più bella del mondo.
Amare Riccardo è la cosa più bella del mondo.
RICCARDO: Amore mio.
Sono molto fortunata ad averti incontrato,
ovviamente spero che anche tu pensi la stessa cosa di me.
- Non Io so. - E dai!
RICCARDO: Ma sì, amore mio.
Comunque restare insieme tutta la vita, come ci sono riusciti i nostri genitori,
è un traguardo difficile, ma noi ce la faremo.
Brava!
Bravi!
E alla faccia di tutti i luoghi comuni sul matrimonio
e dei non ti sposare che fai la cazzata,
noi vi dimostreremo che avere un matrimonio felice...
si può.
TUTTI: Bacio! Bacio!
Di più!
Bacio! Bacio!
(ESULTANO)
E insomma Giu'?
Come va la tua vita da avvocato?
Da avvocato d'ufficio.
Ti trovi davanti gente che ha perso tutto.
l dimenticati. Chi li aiuta quelli?
Se riesco ad aiutarli, ogni tanto,
mi sento che mi sono salvato un po' pure io, no?
Certo.
Si vede che ti piace, eh?
Mi piace tanto, sì.
È vero.
Grande, Sopravvissù.
(URLA)
Sopravvivrò anche al matrimonio.
(BAND SUONA "DON'T YOU" - SIMPLE MINDS)
(OSPITI CANTANO)
Pochi giorni dopo, io e Gemma iniziammo a vederci di nascosto.
È che io con Paolo non ero più felice e...
quando è così, basta un colpo di vento a portarti via.
GIULIO: "Avrei dovuto fermarmi, Io so."
Gli stiamo facendo una cosa troppo brutta.
Se lui si fosse innamorato della mia donna,
io penso che Io capirei.
Tu non sei innamorato di me.
Sei innamorato di me?
E che facevo tutto sto casino, io?
PAOLO: Giuliè, che ci fai qua?
Ciao, Paolo.
Che è successo?
Perché?
Che ne so, hai una faccia!
No, volevo parlarti...
di persona, guardandoti negli occhi.
Che ho fatto?
Tu Io sai quanta vita abbiamo condiviso, noi due...
Ti senti bene, Giu'?
- Aspetta, fammi finire. - Eh.
Lo sai quanta vita abbiamo condiviso?
Eh, allora?
Io e Gemma ci stiamo vedendo.
Da un po'.
Cioè, scusa. In che senso?
Che vuol dire che vi state...
vedendo?
Oddio, non mi sento bene.
Che hai, Pa'?
Non Io so, mi sento...
Mi è venuto un attacco di panico.
Respira, Paolo.
Paolo, respira.
Ora passa, non è niente. Respira.
Che vuol dire? Stavi dicendo che vi state vedendo.
Perché vi state vedendo, Giulio?
Giulio, non mi rispondi?
C'è Gemma.
- C'è Gemma. - Ti senti meglio?
Ci sta pure Gemma.
Gemma?
Che sta succedendo?
Gemma?
Io non ho capito che cosa sta succedendo, me Io dici?
Eh?
È che non vogliamo più continuare a mentirti.
Paolo, senti.
Voglio che la nostra amicizia resti intatta.
Lo so che questa è una cosa davvero brutta, che non doveva succedere,
però ormai la frittata è fatta, l'uovo non torna più sano.
Però Io devi sapere, per me non c'è niente che conti più della nostra amicizia.
La vostra amicizia è sacra e deve rimanere al di sopra di tutto.
Se fosse capitata a te una cosa del genere, io la comprenderei, penso.
L'ha detto pure a me.
La comprenderesti?
Cerca di pensare in grande, Pa'.
Cerca di pensare in grande, Paolo.
Scusate, ma...
io non ho capito una cosa.
Voi due da quanto tempo vi state vedendo?
Come dici...
Non voglio sapere niente,
non voglio sapere niente,
non voglio sapere niente. Andate.
Andate, voglio stare solo.
Voglio stare solo. Andate.
Ok.
Devo pensare in grande.
Eh, Giu'? Vado bene così?
Devo...
Devo pensare in grande.
Devo pensare in grande.
Pensa in grande!
Io t'ho sempre voluto bene a te, t'ho sempre voluto bene.
Hai capito? Perché m'hai fatto una cosa così brutta?
- Mi dispiace. - Perché?
Mi dispiace, davvero.
È che io vi voglio bene a tutti e due. Che devo fare?
Gemma, tutti e due non si può fare.
No? Lo capisci, amore?
Tutti e due non si può fare.
Dammi la mano, Gemma. Tutti e due non si può fare.
Noi ci dobbiamo sposare, no?
Hai detto che ci sposiamo, vero?
Ci dobbiamo sposare quando io divento di ruolo.
Non mi puoi lasciare adesso, non mi puoi lasciare così un'altra volta.
- Io muoio, hai capito? - Sì.
Non volevo farti questo.
Scusami davvero, è che io ti ho sempre voluto bene...
- Non mi puoi fare questo. - Ti ho sempre amato, è che adesso...
non Io so che è successo.
Andiamo, Giu'.
Io per te ci sarò sempre, se tu Io vorrai.
"La domanda è, perché qui è importante capire..."
GIULIO: "Nel 1993, un'intera classe di politici fu spazzata via
da un pool di magistrati che portò nel Paese una boccata di aria inattesa
e una nuova idea di cambiamento.
Nulla sarebbe stato mai più come prima.
In questo clima, fui convocato dall'avvocato Nobili,
rinomato principe del foro."
NOBILI: Lei, pure come semplice avvocato d'ufficio, si è fatto subito notare
per la sua abilità nel difendere una moltitudine di casi disperati e vincerli.
Questo dimostra passione ma, senza dubbio, anche talento.
La mia aspirazione sarebbe quella
di poter offrire la mia professione a chi non può permetterselo.
Lei è giovane e alla sua età si hanno sempre nella testa idee grandiose,
poi, col tempo, si mettono tutte in fila tranquillamente come su uno scaffale.
Allora, per venire a lavorare da me,
io le offro da subito uno stipendio di otto milioni di lire al mese.
Bonus esclusi.
Nel tempo libero, potrà continuare a difendere tutti gli indigenti che vorrà.
Ma come faccio, io?
Come? Certo che ce la fai.
Io la gente che ha bisogno di me non la voglio mollare per strada.
Tu dovevi vedere quell'ufficio,
sembra un ministero.
Tu non molli nessuno.
Ci sto io qui con te. Ti aiuto io.
Sei un gran fico, Giulio Ristuccia.
(CANTANO "LA VOGLIA LA PAZZIA" - ORNELLA VANONI)
ANNA: "Ma porca puttana!"
Ma Io sai che significa questo meno davanti, eh?
Che non c'abbiamo i soldi, Riccà. Ci sbattono fuori di casa.
- Lo capisci o no? - Certo che Io capisco.
- E allora? - Sto pensando a come fare.
- Stai pensando? - Sì, ho un'idea.
- E che idea? - È un'idea, fidati.
Ma come faccio a fidarmi di te?
Sto cercando un posto come giornalista o critico, ma non è facile.
E in attesa di risposte, i soldi finiscono.
Quanto devi dargli d'affitto?
Un sacco di soldi.
Quanto gli devi?
Quattro mensilità.
Un sacco di soldi.
Quattro mensilità, quanti soldi sono?
Un milione e otto.
- Mi vergogno come... - Oh!
Ti vergogni di me?
Poi me li ridai, no?
Certo, ci mancherebbe.
Senti un po', ma com'è aspettare un figlio?
Tanta paura, Giu'.
Però vuoi spaccare il mondo, cazzo, hai capito?
Ho scritto a tutti quelli che conosco e pure a quelli che non conosco,
tra un po' mando il curriculum pure a Dio. Cazzo, qualcuno mi deve rispondere.
Tu sei Riccardo Morozzi.
Sì, cazzo, c'è scritto pure sul documento.
(URLA) Dai, ancora.
RICCARDO: "E così, nacque Arturo."
La sua nascita mi apparve come il vero miracolo della vita,
che un attimo prima sembrava non esserci
e poi all'improvviso era come se ci fosse sempre stata.
Riccà, guarda un po' qua! Sorridi.
Quant'è bello.
Amore mio.
Vuoi andare in braccio al tuo padrino?
No, non sono capace. Ho paura che mi caschi.
Ma che dici?
È troppo piccolo, non sono capace.
- Ma tu sei troppo grosso, però. - Oddio, piano.
- Ecco qua. - Ma quant'è bello.
È una meraviglia. Arturo.
(BUSSANO ALLA PORTA) Si può?
RICCARDO: Ehi.
Papone!
Auguri.
Io me ne vado.
- Ciao, Paolo. Grazie. - Ciao.
- Auguri. - Ciao, Riccà.
Auguri, Anna.
Sono felice per te.
Ciao, Paolo. Come stai?
(ARTURO PIANGE)
Amore, quanto sei cresciuto.
Ma non ci vuole...
Hai visto il pezzo di Riccardo per "Il Messaggero"?
- Dallo a me, che piange. - Tieni, amore.
Vabbè, è una cosa piccolina.
- Vabbè amore, mica tanto piccola, dai. - Vabbè.
"Il cinema italiano riparte. Approvato il nuovo decreto legge
che darà nuova spinta e finanziamenti al cinema di casa nostra."
Il direttore della pagina dello spettacolo è tanto contento di lui.
Dice che mi assume.
Vabbè, amore, bisogna avere un po' di pazienza.
- Speriamo. - Tu che dici, amore?
Lo assumono, papà?
Sì o no? Lo assumono, papà?
Il figlio di questo disoccupato a chi Io do?
RICCARDO: Speriamo ancora per poco.
BERLUSCONI: "...figlia della giustizia e della libertà.
Se ho deciso di scendere in campo con un nuovo movimento
e se ora chiedo di scendere in campo anche a voi..."
Ma guarda come viene giù.
(TELEFONO SQUILLA)
Studio Nobili, buongiorno.
L'avvocato si scusa ancora del ritardo con cui è rientrato in studio.
Capirai, con questa neve a Roma, è il minimo.
Secondo i dati dell'Associazione politrasfusi, tra il 1982 e il 1992
sarebbero state 2000 le vittime di trasfusioni con plasma infetto.
Ma può essere colpa mia se questi già erano tutti o froci o tossici?
Papà, sta' calmo.
NOBILI: L'accusa è che gli emoderivati,
in particolare sandoglobuline destinate al trattamento dell'emofilia,
non venivano controllati dal Ministero della Sanità di cui lei è stato titolare,
per la presenza di virus letali come l'AIDS.
Bisogna tirare fuori la carta filigranata? Dobbiamo pagare?
E noi paghiamo. Ma qual è il problema?
Tanto non c'è nessuno a questo mondo che non ha prezzo. Lo capite o no?
Giulio, sono le tre e mezza.
Quand'è che dormi un po'?
Devo finire.
Ma devi pensare anche un po' a mangiare,
a dormire, a fare l'amore ogni tanto.
Scusami, Gemma, io mi devo concentrare. Questo qua ha ammazzato più gente del KGB!
Ma stasera non hai mangiato nulla.
Sto bene così.
GIORNALISTI: Eccolo.
Onorevole.
GIORNALISTA: Onorevole Angelucci, cosa si aspetta da quest'ultima udienza?
(CELLULARE SQUILLA)
Avvocato, siamo qui.
Sì. Cinque minuti e arrivo.
- L'aspettiamo. - A fra poco.
Sta circolando da pochi minuti la notizia che il legale dell'Onorevole Angelucci,
l'avvocato Nobili, sia stato coinvolto in un incidente automobilistico.
Proprio in questo momento, l'ex Ministro della Sanità,
l'Onorevole Angelucci è stato chiamato a entrare in aula.
Questa è l'ultima udienza di un processo a rischio prescrizione,
l'imputato ha il suo difensore, l'avvocato Restuccia,
quale sostituto dell'avvocato Nobili, quindi non ci sono motivi per un rinvio.
ANGELUCCI: Signor Presidente, mi scusi.
Ma secondo lei, mi posso mettere nelle mani di un praticante?
PRESIDENTE: Lei può revocare il mandato all'Avvocato Restuccia.
Possiamo nominare un avvocato d'ufficio se vuole. Che fa?
Presidente, è Ristuccia, con la l.
Non revocò nessun mandato.
Il nostro giovane avvocato qua,
mi tira fuori a sorpresa la confutazione radicale di tutte le ipotesi di accusa,
lasciandoli tutti zitti.
Il presidente comincia a leggere la sentenza.
"Allora, secondo l'articolo di Legge di qua, comma di là,
l'onorevole Angelucci Sergio viene assolto da ogni accusa!"
(ESULTANO) Bravo, papà!
Vieni qua.
Bravo, l'avvocato.
L'avvocato.
- Allora? Come va? - Bene.
Non se l'aspettava nessuno che questa vicenda potesse chiudersi così.
Abbiamo avuto anche un po' di fortuna, diciamo.
No, non si sottovaluti, avvocato. È stato veramente cazzuto.
Scusi se mi esprimo così, ma sono una persona molto diretta.
- No. - Dico quello che penso.
Ci vogliamo dare del tu, che dici?
Come vuoi.
Che poi mio padre ha tanti difetti, eh.
Ha fatto anche cose diciamo non belle,
non pensare che io in silenzio non Io giudichi,
però sono sua figlia, non posso parlare.
Da quando è morta mia madre mi sta proprio qua.
Perché gli servo.
ANGELUCCI: Margherita! Avvocato, ma che state facendo lì?
Venite che c'è la torta. Che ve la volete perdere?
Oh!
(CANTA IN NAPOLETANO)
Ma è un delinquente.
Se vuoi cambiare il sistema, Io cambi da dentro.
E secondo te quel sistema sarai tu a cambiarlo?
Ma ci credi davvero?
Sì.
Io a un mondo migliore ci credo.
Io che il mondo possa cambiare ci credo,
sei tu che parti rassegnata che le cose vanno come devono andare.
È per questo che ti accontenti di servire ai tavoli.
(TELEFONO SQUILLA)
Sì?
MARGHERITA: "Volevo darti personalmente il benvenuto.
Ti piace il tuo nuovo ufficio?"
Sì. È molto bello, è bellissimo.
MARGHERITA: "Ti sta bene quella cravatta vinaccia, o è bordeaux?
Hai già qualcuno con cui festeggiare, stasera?"
Sì, veramente ce l'avrei.
Però la sera lavora.
Dove mi porti?
Diciamo che se fosse stato per mio padre, io non avrei neanche finito le medie.
Non è stato proprio il mio modello.
D'altronde, io non volevo essere come lui, quindi...
Come lui, come?
Come lui.
Sei un brillante avvocato, un uomo affascinante e con le idee chiare.
Secondo me, se t'avesse pure incoraggiato a seguire le tue passioni,
non saresti diventato l'uomo che sei. No?
Io sette anni fa mi innamorai pazzamente di un uomo.
Era bello, colto, affascinante, ricco, ma ricco che mio padre era impazzito.
Ci credo, ce l'aveva tutte.
- Peccato che si scopava mia sorella. - Tua sorella?
Io ci sono stata pure male. Ci sono stata malissimo.
Ci credo.
Sai che fine ha fatto lei? Bandita dalla famiglia.
Giu', ma perché ti sto raccontando tutte queste cose io?
Sono cose personali. Mi sa che non le ho mai dette a nessuno.
Scusa.
Che è?
Ho fatto un po' tardi.
Andiamo a letto.
MARGHERITA: Vedi, Hicks è così,
lui rappresenta sempre le donne con questi sentimenti contrastanti.
Lei sembra ingenua, però al tempo stesso è spavalda.
Guardala,
non c'è anche paura secondo te?
Che poi la paura muove talmente tante cose nella vita...
GEMMA: Ciao, Pa'. - A domani, Gemma bella.
GEMMA: Ciao, Lore'. LORENZO: Ciao.
Ciao, Giu'.
- Ciao. - M'hai fatto la sorpresa.
Hai visto?
Ciao.
Come stai? Sei stanca?
Un po'.
Andiamo a casa.
Ma tu non vorresti un lavoro che ti desse più soddisfazione?
Io?
Tipo? Cosa?
Non Io so, un locale tutto tuo.
Non ne sarei in grado, Io sai, no? Non saprei da dove cominciare.
Ti aiuterei io.
Cos'è che mi devi dire Giu'?
Lo so che c'è qualcosa.
Sono settimane che Io so.
Puoi dirmi tutto.
Basta che non mi menti, perché non me Io merito.
Non me Io merito.
Avanti, dimmi quello che mi devi dire.
Ho incontrato un'altra persona.
"Ho incontrato un'altra persona."
Potevo anche evitare di chiedertelo.
Non mi va di parlarne adesso.
Dai, andiamo a casa, io sono stanca, mi sono svegliata stamattina alle sei.
Ne parliamo domattina a mente fresca, eh?
Metti in moto la macchina e riparti.
Metti in moto questa cazzo di macchina e riparti.
Ma che ti metti a letto?
C'ho sonno.
Ti ho appena detto che mi sono innamorato di un'altra donna e tu ti metti a dormire?
Sei innamorato?
Davvero, Giu'?
Gemma, sono tre anni che non ci diciamo niente io e te.
E chi è? La conosco?
No, non la conosci.
C'avrà pure un nome, no?
Margherita.
- Margherita? - Eh.
Margherita chi?
Angelucci.
Che delusione, Giu'.
Volevi cambiare il mondo
e invece te sei fatto cambia così.
Così come?
- Così come? - Così come?
Lo sai chi sei tu?
Sei rimasto il figlio di un gommista che appena ha annusato l'odore dei soldi...
ha rinnegato tutto.
- I soldi. - Eh?
l soldi non c'entrano. Ma non lo vedi che risolvi tutto così?
Non mi ascolti proprio, non te ne frega un cazzo della vita mia,
non t'ho mai visto leggere un giornale,
non t'ho mai visto aprire un cazzo di libro.
Io c'ho bisogno di parlare. Va bene?
- E parla, parla. - Parla, sì.
Ho anche bisogno di qualcuno che m'ascolta ogni tanto, capito?
Parla, stronzo.
C'ho bisogno di qualcuno che m'ascolta, se gli interessasse qualcosa, hai capito?
C'ho bisogno di comunicare io, di qualcosa che abbia un senso,
non solo di che cazzo ci mangiamo stasera e dove mi porti domenica! Porca troia!
La mia stima non valeva abbastanza? Io non ero abbastanza? Che cos'ero io?
Come faccio io ad avere stima? Quanto tempo è che ti dico trovati una passione?
Una cazzo di ambizione nella vita ce l'avrai, sì o no?
Ma vaffanculo!
Ma vaffanculo!
Questa cazzo di ambizione e il pranzo della domenica.
La figlia di Angelucci.
Quella sta sulle rivistine di gossip. Non ti fare più vedere, Giulio.
Non ti fare più vedere, l'hai capito, sì o no?
La casa te la ridò appena trovo un'altra sistemazione,
levate dal cazzo, adesso. Vattene dalla figlia di Angelucci.
Te e il padre.
E la sorella.
E vaffanculo, 'sto stronzo.
(PIANGE)
(CITOFONO)
RICCARDO: Chi cazzo è?
Oh, Gemma. (GEMMA PIANGE)
(ARTURO PIANGE) RICCARDO: Che è successo?
- Mi scusi, dove va? - Avvocato Giulio Ristuccia?
- Aspetti, non può passare. - Giulio. Avvocato Ristuccia?
- Fermati. - Giulio Ristuccia.
Fermati, è un mio amico. Dottor Morosi, è un amico.
Sono un amico suo, sentito?
GIULIO: Che c'è?
Ma non ti faceva schifo la malavita che s'è mangiata il Paese che volevi cambiare?
Parla piano, per favore.
Non ti bastava averlo salvato da vent'anni di carcere a questo?
Mo pure la figlia ti scopi?
Beh, che c'è?
- Che c'entri tu? - Che c'è?
Da ragazzini abbiamo fatto un patto. Ci saremmo sempre aiutati, te lo ricordi?
Io ti ho aiutato sempre e non ti ho mai chiesto niente, mi pare.
Il patto qual era?
Aiutiamoci fra poveracci, eh?
Si cambia, Ricca'. Si lavora, ci si evolve, magari.
Io la casa al lago non ce l'ho mai avuto, Sopravvissù.
A me nessuno ha mai regalato un cazzo.
Tu la puzza della fame non sai manco dove sta di casa.
Non mi rompere i coglioni, dai.
Ma chi sei?
Io non ti riconosco più, Giu'.
Lo sai che c'è?
È meglio la puzza della fame
che essere disonesti e tradire gli amici di una vita.
Ma disonesti cosa, ma che cosa stai dicendo?
Vabbè.
Levo il disturbo che è meglio.
Forse è meglio davvero, c'hai ragione.
Sappi solo che io t'ho voluto bene davvero,
se ancora ti ricordi che vuol dire,
testa di cazzo.
Il 14 aprile del 1997, io e Margherita ci sposammo.
(RIDE)
GIULIO: "Stavo bene. Stavamo bene, in tutti i sensi."
Quello che si dice il benessere.
Facciamo seguito
alle intese intercorse per confermarle l'assunzione con contratto di lavoro
subordinato a tempo pieno e indeterminato
presso il Liceo Classico Statale Ennio Quirino Visconti,
in qualità di insegnante di letteratura Italiana, latino e greco.
Mamma, hai visto?
M'hanno assunto, sei contenta?
Bravo, amore mio, sei stato tanto bravo.
PADRE RICCARDO: Ve ricordate quando facemmo il vino pestando l'uva?
Come no.
Avevamo cinque filari, il vino pareva aceto ma a noi piaceva tanto.
A mamma piaceva tanto.
A mamma piaceva tanto.
Dai, Giuse'.
- A mamma. - A mamma.
Riccà, la dovremmo sistemare questa piccionaia, eh?
Dai.
Vogliamo rimettere in piedi l'allevamento di piccioni viaggiatori?
Attento, scendi che è "fracico" il legno.
Buono!
Dai!
Oh!
Bello, prega.
Ciao, Antonio. Ciao, Luciana.
Ce l'hai fatta a tornare.
Sono andato a trovare mio padre.
Siediti, dobbiamo parlare.
- Tutti insieme? - Sì, tutti insieme.
Che sono tutte queste valige?
Me ne vado, Riccà.
Ma come, te ne vai?
Ho appena venduto a "Primissima" l'intervista a Carlo Verdone.
E quanto ti danno?
70.000 lire, come venti giorni fa? Ma sei capace a trovare un lavoro vero?
Pensate sia facile fare il lavoro che faccio?
E che lavoro fai? Perché qua non l'ha capito ancora nessuno.
Sono due anni, Riccardo, che andiamo avanti grazie ai soldi dei miei genitori.
RICCARDO: Mio padre sta sempre peggio.
È inutile parlare di questo, adesso.
Per dire che altrimenti l'avrei chiesta a lui una mano.
Siamo venuti a riprenderci nostra figlia per riportarla a casa con noi.
- No. ANTONIO: C'avete provato.
Purtroppo non ha funzionato.
- No, Antonio. - Anna, andiamo.
No.
Ha rinunciato pure a fare l'attrice per stare dietro a te.
RICCARDO: Luciana ma...
Amore mio, ma...
è vero che non te ne vai?
- Non è vero? - Vado via con loro. Lasciami stare.
Dove vai, ma state giocando? Oh!
Anna, guarda, ti giuro che la scena di te
che te ne vai con la coda tra le gambe insieme ai tuoi, la metto nel romanzo.
Sì, come no, lo stesso che avevi iniziato a scrivere prima di conoscermi.
Ma smettila, va.
E comunque Arturo resta con me!
Hai capito?
Aspetta.
(FRENATA)
Dov'è Arturo, dove sta?
Ma ti rendi conto?
Arturo non dorme a casa da due giorni e tu non te ne sei nemmeno accorto.
Vergognati, Riccà, vergognati. Parti, papà.
- No, Antonio, fermati. - Parti!
Tempo che hai capito dove hai sbagliato, sei vecchio e la morte ti si porta via.
Largo ai giovani, vi lasciamo il posto nostro.
E no!
La vita è ancora tutta da inventare, invece, può ancora succedere di tutto.
Andiamocene da qua. Paga tu!
Che poi, lo sai che c'è?
Che adesso sono libero da tutto, pure dall'angoscia dei soldi.
Mi metto a fare l'agricoltore, se non va bene.
Perché, è una brutta idea?
Mi metto a coltivare pomodori, patate, zucchine, tutto.
Faccio una cosa utile per la comunità.
La gente deve mangiare pure se non c'ha una lira, no?
E io che faccio? Gli do da mangiare. Chiamami stupido.
GEMMA: Ciao, a domani.
RICCARDO: Quella è Gemma.
Fermati. Io non la voglio vedere.
Ma che dici? Levati. Gemma?
- Non la voglio vedere. - Gemma.
- Gemma! - Riccardo.
Ma lo vedi che sei tu?
Bella, come stai?
- Bene, tu? - Bene.
Sopravvissù!
C'è pure Paolo.
Paolo, vieni.
- Vieni qua. - Sempre appiccicati, voi due.
Io ho provato a cercarti, ma hai cambiato casa,
mi ero pure preoccupato, non ti riuscivo più a trovare.
Come stai?
Bene, come stai?
Bene, lavoro qui al ristorante, al Portoghese.
Infatti è da qua che t'ho visto uscire.
E voi invece? Che fate?
E che facciamo?
Lui insegna al Visconti, adesso. Letteratura italiana, latino e greco.
Sì? Pure greco?
- E no? - Già.
Ce l'hai fatta alla fine.
Ce l'ha fatta, sì. Alla buon'ora!
Che vuol dire alla buon'ora? Scusa, spiegati.
Vabbè, stiamo scherzando, dai.
Alla buon'ora, sì. Stacci! Stiamo tra di noi. È Gemma, dai.
Vabbè. Giulio?
Giulio...
è un po' che non lo vediamo.
Chissà per quale misterioso motivo non stiamo vedendo Giulio.
"Ammazza", quanto sei pesante!
Vuoi fare finta di niente? Facciamo finta di niente.
Infatti, facciamo finta di niente. È che abbiamo sbagliato tutti...
Alzi la mano chi non ha sbagliato. Eh?
Chi alza la mano?
- Nessuno. Ecco. - Nessuno.
Solo chi non vive non fa sbagli.
E cerca di andare avanti pure tu. E dai, su.
Ma tu, dove stavi andando a quest'ora da sola?
A prendere l'autobus.
A prendere l'autobus? Ma stai scherzando?
Ma t'accompagniamo noi. Abbiamo la macchina qua dietro, andiamo.
Non ti preoccupare, è stato un piacere, davvero.
No, insisto.
Sei sotto la nostra scorta personale. Andiamo, dai.
PAOLO: La macchina sta dall'altra parte.
Facciamo il giro lungo, dai.
- Preferisco andare con l'autobus. - Gemma, mo chi ti molla più?
- Mamma mia, Gemma. - Eh.
- Oh... - A te, invece? Come va? Anna?
Anna, se ti dico una cosa non ci crederai mai.
- Cosa? - Mi ha lasciato.
- Si è portata via pure mio figlio. GEMMA: Scherzi?
- No. - Arturo?
S'è portata via Arturo, s'è portata via tutto.
GEMMA: Mi dispiace.
RICCARDO: Eh, lo so. GEMMA: Porca zozza.
Comunque adesso basta parlare di noi. Dai, su.
Parliamo un po' di noi. Gemma.
Dimmi, Sopravvissù.
Ma che ti devo dire? Ti trovo in una forma pazzesca.
Ma qui mica stiamo a parlare di pasta e fagioli.
Dico, parliamo di Gemma, la più bella di tutte le donne.
- Ma che s'è bevuto stasera? - Che mi sono bevuto, vieni.
Ma quanto sei matto. Me l'ero scordato quanto eri matto.
RICCARDO: Dai, andiamo, Paolo.
Lei ride, lui ride. Io li seguo.
Ma che li seguo a fare, questi?
Paolè, non c'è più un'anima a quest'ora, lo sapevi?
Vieni, Ge'.
Oh!
Ma dimmi se non sembra davvero quello che sembra.
Sì, ci manca solo Mastroianni.
Ci stiamo noi, Paolè. Ci accontentiamo.
Ma dove vai, Riccardo, che cazzo fai? Esci da là che ci arrestano.
"Ammazza", quanto sei diventato pesante. Anziano dentro!
Professò, non t'avrà dato alla testa, tutto questo "latinorum"?
Lo sai che te dico? Che c'ha ragione Sopravvissuto.
Ma dove vai, pure tu?
È che una volta nella vita va fatto, no?
E dai, vieni pure tu. Che fai là? Dai.
Adesso o mai più, Paolo.
Sai che c'è, che siete veramente due deficienti. Io me ne vado.
Me ne vado a casa. Lavoro io domani, non come voi.
Ci vediamo tra altri dieci anni, Gemma.
Paolè, ma dove vai?
E divertitici tu stasera, io e Giulio abbiamo già dato.
Vai, tanto questa la dà via con la fionda.
Scusalo.
Paolo!
Paolo, ma dove vai?
Sopravvissù, ma vattene a fanculo pure tu, va.
Ma ce ne fosse uno normale.
Riccardì.
Dov'è andato?
Ha preso un taxi e se ne è andato.
Io volevo solo portare un po' di leggerezza,
ma che c'è di male a essere leggeri?
Non c'è niente di male a essere leggeri.
- È quello che penso pure io. - Tieni. Esprimi un desiderio, subito.
(CANTANO "MILLE GIORNI DI TE E DI ME" - CLAUDIO BAGLIONI)
Oh, fermo.
Abito qua.
Ah.
(SPEGNE MUSICA)
M'ero pure scordata.
Abiti qua, adesso?
Sì, da tre anni.
(SOSPIRA)
E com'è la tua vita? Come stai?
"Ho girato e rigirato senza sapere dove andare."
E c'ho tante tempeste che mi scuotono dentro e...
E la sto cercando la mia felicità,
ma penso che prima poi la trovo e quando la troverò me la tengo stretta.
Gemma.
Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno, mi chiami?
Adesso il numero mio ce l'hai, mi raccomando.
Grazie del passaggio.
- Ti voglio bene. - Io pure.
(SOSPIRA)
(ACCENSIONE DELLA MACCHINA)
No, eh?
(ACCENSIONE DELLA MACCHINA)
(MOTORE DELLA MACCHINA)
(MUSICA JAZZ)
Auguri, amore.
Auguri.
Buon 2000.
Ma quanto manca? Ci siamo quasi?
Insomma, tre mesi. Nasce a fine marzo.
Maschio o femmina? Dalla forma si direbbe femmina.
- Dimmi che ho indovinato. - Eh.
E il nome? L'avete già deciso?
- Sveva. - No. Come l'Angiolillo.
- Come chi? - L'Angiolillo!
Beh, io direi di far un brindisi anche al futuro papà.
Sento dire grandi cose di te in giro, Giulio.
Te lo invidiano tutte tuo marito, eh.
Auguri, Giulio.
Auguri.
Chi era quella?
Non lo so. È la prima volta che la vedo.
Perché non andiamo a fare un viaggio io e te?
Amore, io già sono stanca ora.
Dopo che è nata la bambina voglio prendermi un po' cura di me.
Tu pensa a lavorare, è la cosa che sai fare meglio,
poi godiamoci anche un po' tutto quello che abbiamo, no?
Non essere insoddisfatto.
Beh, non sono insoddisfatto.
Giulio.
Ci sono bambini che muoiono di cancro.
Siamo fortunati.
(CHIAMATA IN CORSO)
FABIO: "Pronto?"
RICCARDO: "Sono io, c'è Arturo?"
Arturo, vieni, è per te. È tuo papà.
- Papà. - Ciao, amore mio. Come stai?
Bene.
Niente, volevo sapere come stavi. Che fai, ti diverti?
Sto bene, adesso però sto giocando con un mio amico.
E come si chiama?
Luca.
Va bene, allora ti lascio giocare, amore mio.
- "Ti richiamo domani magari. Ok?" - Ok.
- "Ciao, amore mio." - Ciao.
- Riccardo. - Sì?
Qui sono tre mesi che non arriva nessun bonifico.
Appena posso ti mando tutto.
Non costringermi a coinvolgere un legale.
Non ce ne sarà bisogno. Fidati.
Sì, fidati.
Signor Giudice, mi dispiace, io non sarei mai voluta arrivare fino a questo punto,
ma nonostante io gli abbia dato mille possibilità,
non ha mai rispettato i patti,
è sempre stato un padre assente e completamente disinteressato
delle problematiche e delle esigenze di nostro figlio.
Il giudice mi condannò a pagare 450.000 lire ogni mese, rovinandomi per sempre.
Papà,
sono tornato.
Sai che penso? Forse sei solo lo stereotipo di un uomo inconsistente,
fragile, incompiuto, incapace di costruire una qualsiasi relazione con una donna.
Vuoi passare tutta la vita a fuggire? Eh? Mi rispondi, per favore?
PAOLO: "L'11 Settembre c'era solo una persona che avrei voluto vicino a me."
(GRIDA DALLA TV)
GIULIO: "Nelle nostre vite intanto era arrivata lei.
La prima donna che avessi mai amato veramente in vita mia."
Andiamo dal Panda. Dov'è il Panda? È là.
ISTRUTTORE: Vai. Diretto, gancio, montante, vai.
GIULIO: "Margherita si prese cura del proprio corpo."
ANGELUCCI: Non li possiamo rompere i patti presi da mio padre 60 anni fa!
- Lo vuoi capire o no? - Sei tu che non capisci.
GIULIO: "E io dell'Anastasia SRL."
O ti "ammodernizzi" o muori.
Ma poi, chi c'è a capo della società? Ci sto io o chi?
Ci stai te. Ti c'ho messo io, "mortacci mia".
Perché io non sto bene,
se no col cazzo che ti ci mettevo, lo capisci o no?
La smettiamo di litigare?
Noi usciamo, dai un bacio a nonno.
Ciao, nonno.
- Ciao, amore. Vai a cavallo? - Sì.
Saluta anche tuo padre.
Ciao, papà. Quando vieni a vedermi?
La prossima settimana mi sono tenuto libero apposta. Promesso.
- Ok. - Andiamo.
- Ciao. - Ciao.
Devo andare anch'io.
Continuiamo dopo, va. Ciao.
Ciao, ciao.
RICCARDO: "Stiamo girando l'Italia e ovunque andiamo è una tragedia,
il nostro Paese, per colpa di quelli che sono venuti prima di noi,
oggi è in ginocchio."
l nostri figli sono senza futuro.
RICCARDO: "Nel Paese improvvisamente esplose la voglia di un cambiamento vero."
Ho visto con i miei occhi famiglie di italiani
andare a mangiare alle mense per i poveri.
E non sto parlando di extracomunitari.
Sto parlando di italiani come me, come voi,
con lo sguardo basso, pieno di vergogna.
La vergogna che non ci siamo meritati. La vergogna che non ci meritiamo!
RICCARDO: "Il Movimento del Cambiamento era il movimento del popolo
che finalmente si ribellava
e dove anche io avrei fatto la differenza."
"Abbiamo finalmente i risultati definitivi dell'ottavo municipio di Roma.
Vediamo insieme la schermata.
A sorpresa arriva primo il candidato del centro-destra Boria..."
No!
GIORNALISTA: "Era dato al 35% rispetto a Morozzi,
del Movimento del Cambiamento che nonostante fosse in vantaggio,
chiude sotto di un solo punto percentuale."
Mi dispiace, Riccardo, hai avuto sfortuna.
Hai preso un'inculata vera, Riccà.
PAOLO: Allora, ragazzi, ci siamo, eh?
Tra pochi giorni, la maturità.
Io sono molto tranquillo. So che farete bene.
Ma so che farete bene per voi stessi.
Non per cercare l'approvazione e il riconoscimento altrui, eh?
Chi è schiavo del riconoscimento altrui vive sotto ricatto, è un vittimista,
perché, prima o poi, arriverà sempre un momento
in cui il riconoscimento altrui non c'è più.
E allora la cosa più facile da fare è prendersela con tutti,
prendersela con il mondo intero,
perché non ci riconoscono ciò che siamo sicuri ci sia dovuto.
Allora, mi raccomando,
guardate davanti a voi e non lamentatevi.
Siete pronti per spiccare il volo.
DONNA: Brava. MARGHERITA: Brava!
GIULIO: "Dove non riuscì più a unirci il matrimonio,
ci riuscì l'amore per nostra figlia."
(TELEFONO SQUILLA)
ANNA: "Sì, dimmi." - Sempre io.
È la terza volta che chiami.
È lui che non ti vuole parlare, te l'ho detto.
RICCARDO: "Domani prendo un treno e vengo. Lo voglio venire a festeggiare."
Pessima idea. Non t'azzardare. Tanto non ci sei mai stato nella sua vita.
L'hai portato a vivere in un'altra cazzo di città!
Basta, hai rotto.
Anna.
(SBATTE IL TELEFONO)
Morozzi, sono venti minuti di ritardo!
Oggi io te li segno. Ma ti vuoi svegliare la mattina, cazzo?
Sali su quel muletto, dai, forza. È tardi.
Senti, oggi è il compleanno di mio figlio.
Non vive a Roma, sono tre anni che non lo vedo.
- E che vuoi? - Una giornata di permesso.
Ci sono cinque bilici da caricare lì.
Dai, forza. Non mi fare incazzare, torna a lavorare, dai, per favore.
Dai, torna a lavorare, Cristo!
Morozzi, dove vai? Torna qua. Vaffanculo, stronzo, non tornare più!
(PADRE PARLA IN TEDESCO)
- Arrivederci. - Arrivederci.
(PADRE PARLA IN TEDESCO)
- Buongiorno. - Buongiorno.
RICCARDO: Arturo, sono io.
Tanti auguri, amore mio. Madonna, quanto sei cresciuto.
Arturo, fermati un attimo, ti posso parlare?
Sono tre anni che non festeggiamo il tuo compleanno insieme, sono qua apposta.
- Aspetta. - Oh!
Amore.
Non credere a tutte le cose che ti ha detto tua madre.
Non devi nemmeno nominarla.
ANNA: Oh!
Tu che ci fai qui?
Non facciamo scenate davanti a tutti, per favore.
T'avevo detto di non venire. Non sono stata abbastanza chiara?
Sono dieci anni che mi comandi! Adesso basta.
Riccardo, tornatene a Roma! Chiama un taxi e vattene in stazione, adesso!
Arturo.
Esci, Riccardo!
È qua che abitate? È bello.
- Ehi. - Vai a casa, Arturo.
RICCARDO: Arturo.
Ascoltami bene, se a lui ci tieni veramente,
gli fai festeggiare i suoi 16 anni in pace e la festa che gli ho organizzato, capito?
Sono tre anni che non me lo fai vedere, sempre con qualche scusa.
C'ho scritto coglione sulla fronte?
Gli hai mai portato un pensiero?
Se non c'hai un cazzo da fare nella tua vita,
puoi evitare di venire qui e intossicare le nostre.
E se provi a entrare chiamo anche la polizia. Hai capito?
Io resto qui finché tu non mi parli,
hai capito, Arturo?
Amore, tutto bene? Ti sei divertito, eh?
Arturo, dove vai?
Perché stai ancora qui?
Sei stato portato via da me che avevi quattro anni.
Che avrei dovuto fare? Trasferirmi qua pure io?
È vero, non sono stato un padre presente.
E forse ti sarei potuto stare più vicino pure se abitavamo così lontano.
Io ti chiedo scusa per tutte le volte che non ci sono stato.
Nemmeno a Natale mi chiamavi.
Mi vergognavo.
Mi vergognavo di non essere capace di fare il padre.
Forse un giorno capirai quanto è facile sbagliare nella vita.
Anzi, spero che non lo capirai mai.
Azzeriamo il passato, ricominciamo da capo.
Ti prego, Arturo. Io ti penso sempre.
Che dici?
Dice tua madre che non sei obbligato a stare qui.
- Stavamo solo parlando. - È tardi. Tornatene a casa.
Ti va di andare a cena? Noi due da soli? Adesso?
- Senti, lascia perdere. - L'ho chiesto a mio figlio.
Voglio che mi risponda lui.
È meglio che vai.
È meglio per tutti, adesso.
- Ciao. - Ciao.
Ti voglio bene, Arturo.
Ti voglio tanto bene.
Sì, ma mi chiami pure stasera, tanto sto a casa, lavoro fino a tardi.
D'accordo, a dopo.
Giulio.
Sono io.
Riccardo? Sei tu?
Sì.
Come stai?
Stavi pure tu su questo treno?
Sì, tu da dove arrivi?
Sono andato a festeggiare mio figlio,
oggi fatto 16 anni.
Ha fatto 16 anni Arturo?
Ti ricordi come si chiama?
Certo che mi ricordo come si chiama.
Con Anna non stiamo più insieme da tanti anni, invece.
Vive a Piacenza
e c'ha un nuovo compagno, insomma.
Se la passa pure piuttosto bene.
Sono contento per Arturo, almeno se la passa bene pure lui.
Che si dice in questi casi?
Chi non muore, si rivede.
E che si stava meglio quando...
l neri la musica ce l'hanno nel sangue.
Ma che fine hai fatto? Da quant'è che non ti vedo?
Tu come stai? La famiglia, tua moglie?
- Molto bene, c'ho una figlia. - C'hai una figlia?
- Sì, Sveva. - Quanti anni ha?
Nove anni.
Nove anni?
Il tempo passa, eh.
Che facciamo, usciamo? O ci andiamo a prendere una pizza a Napoli?
No, andiamo.
E Paolo, lo senti ancora?
Sì, con Paolo ci vediamo praticamente sempre.
Ma dai, che fa?
- Insegna al Visconti, adesso. - Al Visconti? Bravo.
- Ce l'ha fatta. - Sì.
Ma che dici se un giorno ci rivediamo tutti e tre, che ne pensi?
Perché no? Magari.
Farebbe piacere pure a lui. Non lo ammetterebbe mai, ma so che è così.
Ti posso dare un passaggio?
No, grazie. C'ho la macchina proprio qua dietro.
Ma, davvero, vediamoci.
- Prenditi il mio numero. - Sì.
- 347646957. - Aspetta, non me lo vuoi dare?
Vai piano. 347?
- 646... - 646.
- 957. - 957.
Ti faccio uno squillo, così...
(CELLULARE SQUILLA)
Come si usa.
Ti metto sotto Sopravvissù.
- Ti memorizzo dopo. - Sì.
- Stammi bene, Riccardì. - Pure tu.
- Mi ha fatto piacere vederti. - Pure a me.
Io organizzo, eh? Organizzo.
- Mi raccomando. - A te. Ciao.
AUTISTA: Andiamo a casa, dottore?
A casa, sì.
(CELLULARE SQUILLA)
Sveva, amore, dimmi.
Dov'è Sveva?
- In camera sua, signore. - Grazie.
Sono io.
(SVEVA PIANGE)
Amore. Che succede?
Mamma ti tradisce ancora, non ha mai smesso di vederlo.
(PIANGE)
- Che ne sai tu? - Perché ho letto i messaggi.
GEMMA: Com'è che faceva?
Corri, corri, rallenta, rallenta.
LEONARDO: Invece è arrivato secondo.
GEMMA: Io voglio essere Bob.
Magari, un supereroe.
Paolo.
- Ciao. - Ciao.
Come stai?
Bene, tu?
Tutto bene. Lui è Leonardo. Lui è Paolo, un mio amico.
- Piacere, ciao. - Piacere, Paolo.
Beh? Coincidenze.
Ho sentito la tua voce.
Io e mamma ci conosciamo da tantissimi anni, sai? Più o meno avevamo la tua età.
Figli? Sei sposato? Come stai, che fai?
No, niente figli, non sono sposato.
Ho i miei studenti.
Beh, e quelli...
sono importanti.
Io invece c'ho solo lui, eh, Leonardo?
La prossima settimana partirà col padre. Va per la prima volta da solo al mare.
- E dove vai di bello? - A Favignana, sta in Sicilia.
Ti piacerà tanto, vedrai.
Ti dico una cosa.
Ho preso in gestione il bar all'interno del Teatro dell'Opera.
Lo gestisco tutto da sola. Sono tre anni ormai.
È una grande notizia.
Non lo so. Comunque mi fanno tutti i complimenti.
Dicono che sono brava, che...
Ti trovo bene.
Sì? Grazie.
Comunque quando vuoi venire a vedere un balletto o uno spettacolo, t'aspetto.
Ci vengo.
(TENORE CANTA)
(CINGUETTIO)
ZIA: Gemma, dove vai?
(APPLAUSI)
Perché non racconti a tuo padre cosa è successo a scuola?
Non gli racconti mai nulla.
Sveva.
Non ho nulla da dire.
Perché fai così?
Hai sentito che ho detto?
Cosa vuoi che ti dica?
Che è tutta la vita che vivo con due genitori
che recitano la parte della famiglia perfetta?
Mi fa vomitare il vostro modo di vivere.
Beh, adesso che ho detto come mi sento?
State meglio?
BAMBINO: Passala.
GIULIO: Signora? - Sì?
Mi scusi.
Io sono cresciuto in questa casa fino al 1986.
Se non la disturbo, posso farla vedere a mia figlia?
Papà, cazzo, te l'ho chiesto in tutti i modi!
- Aspetta un attimo. - Ma davvero?
Sì, sono cresciuto qua.
E dai, entrate.
- Grazie. - Venite.
- Permesso. SIGNORA: Prego.
- Piacere, Ristuccia. - Adelmi.
Carlè, hai capito? Questo signore abitava qui prima di noi.
- Piacere. - Piacere, Carletto. Io sono Giulio.
Lei è Sveva, mia figlia.
- Piacere. - Piacere.
Noi stiamo qui dal '93.
Sì. L'anno in cui è morto mio padre.
Posso fargliela vedere?
E che me lo deve chiedere? Prego.
Non vi perdete, eh?
Questa è la cucina, che era anche il soggiorno, diciamo.
Questa era la camera dei miei genitori, laggiù c'era il bagno.
Qua ci dormiva mio padre e lì la madre,
che poi una mattina l'abbiamo scoperta...
morta nel sonno.
E questo è stato il mio letto fino a quando c'avevo 18 anni.
Ora ci dormo io qua.
Ah, ci dormi tu? Guarda che questo letto porta fortuna, hai capito?
- Sì. - Hai capito?
- Sì. - Hai capito?
Sì. Ciao, Carletto.
- Ciao, ciao. - Ciao, ciao.
Grazie davvero, signora. Scusi il disturbo.
Per così poco?
- Buona giornata. - A lei.
- A lei. - Arrivederci.
- Ciao, Carletto. CARLETTO: Ciao.
Sai perché ti ho voluto portare qua?
Perché credi che non conosca il mondo e che sono una viziata.
Perché io è da qui che vengo.
È giusto che tu sappia chi ero io alla tua età.
Ogni angolo di questo cortile c'ha una storia per me.
Io preferivo passare i pomeriggi su questo muretto qua.
A casa mia le cose si risolvevano a cinghiate.
Mia madre c'aveva paura pure lei.
Non fare mai compromessi, Sveva, con niente e con nessuno.
Le cose devono andare bene per te, non per gli altri.
Tu questa opportunità ce l'hai.
Sei molto più fortunata di quello che pensi. Lo capisci?
- Ciao, pa'. - Ciao, amore.
È andato via adesso.
Sì, io sono a casa.
GIULIO: Allora non m'avete dato buca.
Oh!
Io già pensavo di essere l'unico che s'era presentato.
E invece ci hai trovati a tutti e due. Ma che bello che sei venuto.
- Ciao, Riccà. - Ciao, Giulio.
Ciao, Paolo.
- Allora? - Stai bene.
Sì, anche tu. Ti trovo in forma.
Guarda quanto sta bello, tutto tirato, eh?
Guarda quanto è felice Sopravvissù.
Certo che sono felice.
Ora che stiamo tutti e tre insieme un'altra volta sono felice,
che devo piangere?
- Ci sediamo? - Dai, sediamoci. Enzuccio?
Enzo, ci porti una bottiglia di vino buono per favore?
Ce l'hai un Sassicaia? Un Moreno...
- Un Moreno o un Montalcino. - Non fare il sofisticato.
Ora per il vino ci penso io.
Ci pensa lui.
- E insomma? - Eccoci qua.
Voi avete continuato a vedervi per tutti questi anni?
Sì. Ultimamente ci siamo visti un po' meno, diciamo.
Sopravvissù, ci sta che in 40 anni di vita uno si perda di vista per una settimana.
A me sembra ieri che stavamo sempre insieme,
appiccicati dalla mattina alla sera.
Alle cose che ci fanno stare bene.
- Già. - Alle cose che ci fanno stare bene.
- Sì. - Ma che stai dicendo?
RICCARDO: Sto dicendo una cosa molto semplice.
Tu l'hai capita? Io no.
L'aspettativa di vita s'è allungata. Noi siamo dei falsi cinquantenni!
Noi siamo dei falsi cinquantenni
perché la nostra generazione non si è presa responsabilità.
- Mah! - Ci comportiamo come dei ragazzini.
La nostra generazione si è trovata al centro
di una metamorfosi socio-culturale che non ha precedenti.
C'ha ragione. Pensa solo a Internet o alle energie alternative...
La nostra generazione non si lascia un cazzo alle spalle, ragazzi.
- Che gli lasciamo ai nostri figli? - Vai, con questa melassa.
Questa melassa nichilista non porta da nessuna parte.
- Mi fa incazzare. - Che lascio a mia figlia?
La cultura del possesso, dell'apparenza, di questi cazzo di social.
Però questi cazzo di social hanno permesso a tanta gente
- senza voce... - Di fare che?
- Di esprimere una cazzo di opinione. - Ma quale opinione?
Mia figlia non mi parla più, non mi guarda manco più in faccia.
Me manda le faccette.
Invece di piangere, smettete di comprargli questi cazzo di cellulari
- quando c'hanno dieci, 12 anni. - Mia figlia ha 19 anni.
Quando le hai comprato il primo cellulare?
- Di' la verità. - A 12 anni.
Sono d'accordo, gliel'ha dato mia moglie,
ma che fai, la isoli dal mondo?
- Non dico questo. - E dai!
E se c'è uno che non si può lamentare, sei tu. Hai fatto la vita che volevi.
Ho fatto una vita da cui non ho avuto il coraggio di venire via.
- È diverso. - Hai fatto la vita da miliardario.
Pure io al posto tuo non c'avrei il coraggio
di andarmene da questa vita soffocato dai miliardi.
- Dai, Giù. - Per favore.
Comunque Pure Plinio, 2.000 anni fa, si lamentava
del fatto che i giovani dell'epoca non avevano futuro, vedeva tutto nero.
Se Plinio avesse avuto ragione, l'umanità si sarebbe estinta da un pezzo.
l vecchi hanno sempre rotto il cazzo,
hanno sempre parlato male dei giovani
e i giovani, a quel punto, è una ruota, hanno parlato male dei vecchi.
Ma questa è la verità.
Se lo dice Plinio.
Io mi rifiuto di essere pessimista.
E poi non mi devo neanche sforzare tanto, perché io sono felice.
E ti credo.
GIULIO: Sono felice per te.
Allora.
Le cicatrici sono il segno che è stata dura.
Il sorriso è il segno che ce l'abbiamo fatta. Il sorriso.
Che film è questo?
- Non è un film. - E che è?
Madre Teresa di Calcutta.
Brava.
A madre Teresa di Calcutta, allora. È finito. Enzuccio?
- Enzo? - Ti sei addormentato?
Fai il favore, portaci un altro litro.
Che noi "se lo bevemo".
(CANTANO "LA SOCIETÀ DEI MAGNACCIONI")
(FISCHIA)
- Giù. - Eh.
- C'è una sorpresa. - Che sorpresa?
Non si può dire, se no che sorpresa è?
Non mi guardare, non mi toccare, ho giurato, non te lo posso dire.
- Dai, che è? RICCARDO: Non posso parlare.
(RIDONO)
GIULIO: Permesso?
GEMMA: Allora è vero. Tutti e tre di nuovo insieme?
Ma che meraviglia è questa?
Giulio.
- Ciao. - Ciao.
Come stai?
Tutto bene? Quanto tempo.
"Ammazza", qui l'unico che non invecchia sei tu.
- Sì. - No, lui era già vecchio a 20 anni.
Poi si è solo stabilizzato.
Oddio, c'ho il caffè sul fuoco. Venite che ho preparato qualche cosina.
PAOLO: Dammi la giacca. GIULIO: Grazie.
Fra poco festeggiamo tre anni di matrimonio.
GEMMA: Ha aspettato solo 20 anni.
PAOLO: Passano presto, se non li conti.
Portaci da bere, donna.
RICCARDO: A me non lo dai il bacetto?
Allora, Giu'?
Che mi dici?
Oddio, fatti guardare. Quanto tempo.
Che hai combinato tutti questi anni?
Scusami, la zuccheriera.
Che ho combinato?
Ti ho pensato tanto.
Ho passato gli anni a pentirmi di averti lasciato.
Sì.
È che io invece ho sempre amato Paolo.
Anche quando non sapevo di amarlo, in realtà lo amavo già.
È che poi è andata così, no?
Eccoci qua. Ci siamo spostati.
Ci andiamo a ubriacare?
Ragazzi, io per non saper né leggere né scrivere ho preparato due cosette!
Shottini e caffè. Giulio?
PAOLO: Giulio? - Giulio, rubi? Dove stai?
(RIDONO)
GEMMA: Ecco qua.
Che fate voi a Capodanno?
Perché noi organizziamo una cosetta in terrazza, vediamo un po' di fuochi.
Non verrai mai, no?
Perché no? Mi fa piacere, invece.
RICCARDO: Beviamoci un'altra cosa.
GEMMA: Amore, vieni. - Ciao a tutti.
RICCARDO: Ciao, Leo.
- Questo è mio figlio, Leonardo. - Ciao, piacere.
- Leonardo, piacere. - Giulio.
Finalmente conosco il grande Giulio, è lui quello della foto, no?
Eh, è lui.
Che foto?
GIULIO: "Ammazza!"
GEMMA: Eravamo tutti così affamati di vita.
Poi volevo far vedere un'altra cosa a Giulio.
Che non sa che ho messo su una nuova colombaia.
GIULIO: No.
Questo è il giardino di una casetta che abbiamo preso a Santa Severa.
Dalla camera da letto si vede solo mare.
- Hai visto? - Si è fatta una certa.
Hai sonno?
- Andiamo? - Direi, no?
Buonanotte.
Buonanotte.
Ci vediamo a Capodanno.
- Gemmì, grazie. - Allora ti aspettiamo.
- Grazie ancora. - Ciao.
Ciao, ragazzi.
LEONARDO: Buonanotte.
- Notte, amore. PAOLO: Notte.
Allora?
Che effetto ti ha fatto?
Siamo stati bene.
- Vai di qua pure tu? - Sì, c'ho la macchina...
- Io qua, vuoi un passaggio? - No, grazie. Vado a piedi. Buonanotte.
RICCARDO: Notte, Giu'.
Ti voglio bene, Giuliè.
Ti voglio bene pure io, Sopravvissù.
Mettila sulla credenza, andiamo dai.
Ci siamo quasi, eh?
(CAMPANELLO) Vai, amore, vai ad aprire.
- Ciao, Leo. LEONARDO: Benvenuto.
- Grazie. - Come stai?
- Bene, tu? - Bene.
- Lui è Arturo, mio figlio. - Piacere.
Piacere mio. Finalmente ci conosciamo.
- Questo è il nostro olio. Olio Morozzi. - Come al solito.
Mamma, Paolo, c'è Riccardo. Guarda che c'ha portato?
Olio Morozzi.
RICCARDO: Ma soprattutto vi ho portato...
- Arturo. - Arturino.
- Ciao. - Gemma, guarda.
Che bello che sei.
Ce l'ho fatta, eh?
Mio padre è da una vita che mi parla di voi. Finalmente vi conosco.
Pure a noi ha fatto una testa così, Arturo di qui, Arturo di là.
Beh.
- Certo che siete uguali. - Vero, eh?
- Come va Monsignore, tutto bene? - Bene.
Papà, ti piace? Ma Giulio? Dov'è mio marito?
- È fuori con sua figlia. - Ah, grazie.
Giulio, Sveva, che fate là fuori? Dai, fa pure freddo. Venite.
Andiamo?
Dieci, nove, otto, sette,
sei, cinque, quattro, tre, due, uno!
- Auguri. - Auguri.
- Auguri. - Buon anno.
Auguri, Paolone.
Arturo, i botti. Vieni.
Ma Riccardino?
Riccardino.
- Auguri, belli. - Auguri, Sopravvissù.
- Dai. - Dietro, dietro.
Oh!
Eh!
- Belli. - Belli.
Oh!
La rabbia è così,
come se ne viene, poi se ne va.
Ti voglio bene, papà,
tanto bene.
Ti voglio tanto bene pure io, Artu'.
È qui che è finito il vino?
Oh!
- Auguri. - Auguri, buon anno.
Colpo di scena.
Non te l'aspettavi, eh?
T'avevamo dato per disperso.
È mezzanotte e mezza, Sopravvissù.
- Auguri. - Lei è Sveva, mia figlia.
- Salve a tutti. - Piacere, Riccardo.
GIULIO: Paolo.
- Lei è Gemma. - Ciao, che bella che sei.
Loro non li conosco, auguri a tutti. Giulio, Leonardo.
PAOLO: Apriamo questo nettare.
RICCARDO: E Arturo. GIULIO: Arturo, come stai?
Piacere, Sveva.
Io sono Leonardo. Benvenuta.
Grazie.
A che si brinda?
Beh, direi...
INSIEME: Alle cose che ci fanno stare bene.
(VOCI NON UDIBILI)
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