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Grazie.
Lasciate parlare l'imputato.
Silenzio! Ho detto, o faccio sgomberare l'acqua.
L'imputato, avete altro da aggiungere?
Sì, signore.
Alcune quisquille e qualche pinzellacchera. Giabattino!
Rettitico! Io non sono un giabattino. Io sono un tecnico psicologo della scarpa.
Sono un professore della materna. Ah, professore! Stava cadendo!
Silenzio! Silenzio del tutto!
E voi, Agostino Miciaccio?
Non fate discrezione.
Discrezione? Sì, signore. E sedete. Grazie.
E toglietevi il cappellone. Sì, signore.
E sedete. Grazie.
Insomma, basta.
Che modo di fare l'imputato. E voi, cancelliere, rileggete le ingiurie
proferite dall'imputato. Sì, sì, sì.
Risentitevele un'altra volta.
Leggete. Animali da cortile.
Ladri.
Parabutti.
Scomunicati.
Miserabili.
Centrumi, gente da galera, imputato, non dovete gongolare.
Golare? E va bene, vedisco, vuol dire che non gongolo. E perché avete
pronunciato quelle ingiurie? E spongo.
Riassumete. Ma se ancora devo cominciare?
Riassumete. E riassumiamo.
Io sono un intimo amico e devoto di San Giovanni De Collano. Finite al fatto.
E ci sono al fatto. Il fatto è che tengo sempre accesa, manda la sua immagine,
una lampada ad olio.
Dico ad olio. L'olio non ci interessa. A voi, ma non a me, perché c'è qualcuno, c
'è qualcuno che da un pezzo a questa parte ogni giorno, ogni notte, quest
'olio se lo socchia.
Cioè, vado a dire, signor predore, se lo zucca.
Precisate. E chi è questo qualcuno? Ecco il conguibus.
Un inguilino.
Qualcuno del cortile.
Ed ecco il motivo degli insulti.
C'è un proverbio che dice, chi si risente c'è il carbone bagnato, cioè
vale a dire la paglia di coda, la coda di paglia, la coda di maglia, la
copiglia di coglia.
Silenzio!
Silenzio! Signor predore, fate fare silenzio! È giusto, silenzio!
Siete voi che dovete fare silenzio!
Uffa, che sedete!
Quanti sono quelli della parte civile?
Avvocato Lanzetti, voi?
Quanti ne rappresentate? Undici, e tutti offesi a sangue, nell'onore, nella
reputazione, nella religione e anche nel desco familiare.
Perdonate la mia commozione, eccellenza. Avanti, miei cari, avanti, venite
avanti. Teodoro Cupis, amministratore del palazzo. Donna Amelia De Canna,
inquilina. Don Pietro Ballatore, inquilino. Nannina Leonardo.
L'inquilina anche voi?
Sì, eccellenza.
Sentiamo i testimoni. Sì, signore, è vero, te lo confermo. Se uno dice
Agostino Miciaccio, l'altro risponde, ma quello è pazzo. Sono 50 anni che faccio
l'inquilino, non ho mai visto una cosa così.
Cosa incredibile, signor pretore. Spesso ci viene il cortile di suonatori
ambulanti, ma dove siamo?
Io sono amante della musica e proteggo i suonatori ambulanti perché spesso sono
dei grandi artisti incompresi. Anch'io, modestamente, mi diletto.
Oh, basta!
Anche lui è un grande artista. È il nostro maestro. Ma che maestro?
Silenzio. Avanti gli altri testimoni. In questo cortile non abbiamo più pace.
Pazzo, vi dico, pazzo. Ma invece di andarci lui al manicomio, finirà col
mandarci tutti noi.
Se non è pazzo lui, non è pazzo nessuno.
Perfino la moglie non lo può sopportare. E sono sempre lì.
Domandatela alla moglie, povera donna.
Tante parole, tante parole.
Ma quando finisce questo processo?
Quando finisce? Ma calmatevi, donna Concetta, calmatevi, vedrete che tutto
andrà bene. Eh,
ma con dell'estero a vita almeno, così me lo levo da torno una volta e per
sempre.
Qui, qui, può darsi che fanno la compensazione per l'ingiuria, allora
esalto. E che cos'è la compensazione? Si compensa, si paga qualche cosa di
denaro. Raffaele, non dite scemità, non si paga niente. La compensazione per l
'ingiuria sarebbe come uno dicesse... Ecco, voi mi dite imbecille.
Io dico imbecille a voi, siamo pari, questa è la conversazione delle giurie.
Questa è la conversazione.
Ecco, ma Don Peppino Esposito, chi glielo dice imbecille? Io.
Voi no. Io no. Silenzio, adesso parla l'avvocato difensore.
Avvocato, avvocato.
Non ci sono che parole, solamente parole che volano, si dissolvono, scompaiono,
verba volano.
Le ingiurie non sono parole, e credo collega, sono corpi di reato. E' quello
che vedremo, avvocato. Riassumete?
Riassumo. Come ho dimostrato testè, anche se si trattasse non di semplici
parole, ma di corpi di reato, come gli illustre collega ha detto, io proclamo l
'irresponsabilità di Agostino Miciaccio. Tutti i testimoni sono concordi. Egli
non è un normale, non è sano di mente, è un paranoico esaltato.
Guardatelo, signori della Corte, guardate la sua fisionomia, cioè la sua
faccia asimmetrica e irregolare.
Non è il viso di uno affetto da semi-infermità mentale?
Il lato sinistro, regolare, normale, comune. Il lato destro, irregolare,
anormale, fuori dal comune.
E tutti i suoi atti, dai testimoni testeuditi descritti, non dimostrano
questa alternativa dei due semi?
Destro e sinistro, tra il sano ed il toccato, tra il serio ed il paceto, tra
il ragionevole e l'irragionevole, tra il razionale e l'irrazionale, come dire,
fra Scilla e Carindi?
Chioratore!
Alleggo, donna Concetta, Agostino nostro ve lo assolva. E con l'avvocato facciamo
i conti quando l'è.
Scalvato, donna Concetta, se lo assolva è una bella soddisfazione. Che il
maestro Agostino se la merita. E chi siete voi?
Orazio, non conoscete Orazio?
Da un mese tutte le sere accendi il lampione del vostro cortile.
Veramente, mi fa tanto piacere.
E il vostro è sempre il primo lampione che accendi. No, son dito, io tengo
altri lampioni per la rete. La sentenza! Alleggo, la sentenza! La sentenza,
andiamo a sentire la sentenza.
Diputato Agostino Miciaccio.
E' assolto per semi-infermità di me.
Grazie, Gioventa. Si vede che siete proprio una persona intelligente.
E adesso sei fatto ufficiale.
Ma ti aspetto a casa, però. Ti aspetto a casa.
Lasciami porti a casa.
Adesso sei fatto ufficiale.
Vieni al cavaliere quello che ti proteggeva con la scusa della camicia
inamidata.
Ma guardate dei galantuomini che cosa devono sopportare da un portiere. Voi
guardate un portiere cosa deve sopportare da dei galantuomini come voi.
Ma non possiamo continuare con questo inferno.
Vergognatevi. Io?
Vergognatevi voi.
Vergognatevi voi piuttosto.
Anziché far andare avanti e indietro il salumiere, il fornaio senza mai pagare
un conto. Non è vero niente. Vivo Mastro Agostino.
sopportare il marito. Io sono un libero cittadino.
Questa è la rabbia perché non vengo visto in galera.
A lavorare, su andate, andate, ma stragosti. Anche voi, calma, adesso ci
penso io, ci penso io.
E cosa fate voi ancora lassù?
È sembrato un cipriolo, scendete.
che tuo padre è la nostra disperazione, la nostra rovina, la nostra fine, la
nostra morte. Forziere, basta Agostino!
Ah, siete qui.
Due parole soltanto. Siete licenziato. Vi comunico che avete gli otto giorni.
E per quale motivo sei illecito?
Per supulio continuato, per disturbo della quiete pubblica, per inflazione di
ogni regolamento e infine per ilipendio di ogni pacifico inquilino.
Voi siete il cavaliere de Gubis.
Eccetera. Si capisce che sono...
Amministratore del palazzo? Sicuro.
E mi licenziate? Sicuro.
Così su due piedi?
Sicuro. In 8 giorni? 8 giorni. A chi? A voi.
Non l'avete capito? Non troppo. Ho capito a metà. Ho semi.
Capito. Dunque a chi?
A voi.
Ma non sono io. Sono gli inquilini.
Voi vi rendete conto? Dicono un portiere si è un infermo di mente? Dicono loro.
Voi no.
Affatto.
Sì, sì, insomma, voi capite che il mio compito è incredicioso, ma
ambasciatore... Non temate, non datevi pena, accetto gli otto giorni.
Altri destini mi attendono. E dite agli inguilini tutti che vi abbandono con
gioia alla loro sorte.
Può.
Grazie. Prego.
Cerea.
Caro San Giovanni, una nuova era incomincia.
Mi spiace che non avete potuto assistere al processo.
E' stata una vittoria magnifica, magnifica!
Mi volevano in caverna, mi volevano... Tutti nemici, tutti nemici, ed
Agostino Sol contro il cortile tutto.
Eh?
Se lo sono risocchiato?
Risocchiato? E voi?
Zitto! Oh, ma siete troppo buono. Già, siete un santo.
Ora capisco il perché quella grazia non me l'avete fatta ancora.
Perché vi manca l'olio e non vi detto.
Avete ragione. Ma Scalzoni fa rabbotti in causa di tutte le mie
intemperie.
Ebbene, gente di questo cortile, casigliani che casigliate in questa
casa, da oggi in poi a chiunque è vietato pregare in questi paraggi.
Questo non è un santo in condominio, è un santo privato, un santo personale.
Inteso?
Devo aggiungere altro?
Va beh.
Concetta?
Concetta! Concetta, dico!
Eccomi papà, che volete?
Silenzio! Sono io che interrogo. Come mi chiamate voi? Come mi chiamo lo sapete,
Serafino. E allora, dal momento che io ho chiamato, anzi, ho appellato il
nominativo di Concetta, è chiaro, è manifesto, è ovvio che non cerco di voi,
ma bensì di vostra madre.
Concetta! Andate, eh? Va bene.
Concetta! Ecco, ecco qua Concetta, ecco Concetta, che vuoi, perché ti dici?
Sembra gridare, sembra farti sentire da tutti quanti. Sto qua, avanti, parla,
che ti è successo, che ti è capitato, non rispondi, all'altro lombardo, non mi
dici che vuoi, che ti è capitato.
Ebbene, se non mi lasciate parlare come vuole di chi esponga, vedete?
E sappiate, ovilissima e indegnissima pettegola consorte, che qui manca l
'olio. L'olio di San Giovanni, sono solo risocchiato.
Cosa mi rispondete?
E che devo fare?
Mi devo mettere di sentinella a guardare il tabernacolo e l'olio? Voi siete
responsabili di tutte le situazioni domestiche.
Comunque, riportatene l'altro olio fino e subito. Via! L'olio non ce n'è più, se
lo vuoi vattelo a comprare. Io non ne posso più di queste tue angherie, non ne
posso più.
Ma perché non ti hanno condannato a vita?
Perché quando ti ho incontrato non mi sono spettato?
E' quello che dico anch'io.
Rovina della mia casa, rovina della mia vita, pazzo delinquente, sei un inferno,
ma t'accomodo io, t'accomodo io.
San Giovanni mio, San Giovanni mio carissimo, vedete come trattano e vi
ripendono il vostro chiudevoto subito. Vi ho chiesto forse un palazzo al corso?
No. Una quaterna? No. Un terno? No. E allora, che cose vi ho chiesto io? Una
bezzegola, una pinzellacchera, una pispiglia.
Una sciocchezzuola, quella di far cadere la lingua a mia moglie.
Signorina Serafina?
Signorina Serafina?
Chi è?
Ah, Orazio. Che volete?
Niente.
Volevo augurarvi la buona sera.
Va bene, grazie. Buona sera.
Buon sorte.
Eh? Cosa c'è da mangiare questa sera?
Fagioli. Sempre fagioli, sempre fagioli. Lo sai che in questi ortagli non ne
posso più. Oh, guarda. E vabbè, vuol dire che me ne vado al ristorante. Ho il
desiderio di pizza questa sera. No, meno male, così ci lasci in base.
E speriamo che la pizza ti vada per traverso.
Scio, scio. Scio.
Mela gramma. Mastro Agostino? Chi è?
Ah, signor Lambiorai.
Mastro Agostino, vi dovrei parlare. Visite brevi, che c'è? Per la verità non
sono io, è Don Peppino che vi dovrebbe parlare. Don Peppino?
Sì. Cioè, potrei parlarvi anch'io.
E parlate, figliuolo.
E non c'è Don Peppino, come faccio? Già, voi senza Don Peppino? Non parlo. Non
parlate, è giusto.
Si tratta di una cosa molto importante.
Affari? Diciamo. Ebbene, se si tratta di affari, io ricevo dalla ventura 65 a
mezzanotte al ristorante, ovvero sia alias alla pizzeria di Mezzacapa. Alla
pizzeria. Quando vuoi lì mi trovi, eh?
Auf Wiedersehen.
che ci ha comunicato Don Raffaele per la grande festa in onore di San Giovanni
decollato.
Ore 8.
Agostino Miciaccio depone una corona davanti all'immagine del santo. Col
sparo di Mortaretti. Po, po, po, boom!
Eh? Ore 9. Grande concerto sinfonico alla presenza del santo. Io incomincerai
con un bel manzano. E io con una cosetta sentimentale. No, no, no, siete erronei.
Qui ci vuole un pezzo classico, una bella marcia di Giuseppe Rossi.
Eh, Giuseppe Rossini, e San Giovanni da collato, un binomio magnifico ad hoc.
Ma, Tragostino, noi siamo qui.
Uì, Don Peppino, venga subito.
Matti. Siamo amici.
Andiamo via, forse è meglio.
Ma di che cosa hai paura? E se mi dice di no?
Ma Don Peppino è sposito di no, non glielo dice nessuno.
Scusate, mi apparto per affari.
Allora, gli affari, innanzitutto, con verbessi. Prego, prego, prego.
Don Peppino Bello. Buonasera, buonasera. Quali nuove, quali nuove?
Due parole soltanto. E accomodiamoci.
Prima lui.
Prego. Non facciamo, non facciamo. Ci mancherebbe altro.
Accomodatevi.
Senza complimenti, eh? Volete favorire? Veramente, io ho già ordinato.
Comunque, accetto lo stesso.
Grazie. E voi? Anche io ho ordinato.
Dunque, di che cosa si tratta?
Io vi chiedo la mano di vostra figlia, come si chiama? Serafina.
Serafina, già.
La mano di vostra figlia Serafina, dunque, per il mio amico e comparì all
'Orazio.
Una pezzicola.
Voi volete nipoti belli, Gioffre di prima scelta.
Ecco l'uomo.
Animo di Colombo. Chi?
Lui. Non potreste trovare di meglio.
Ve lo garantisco io, fidatevi di me.
Eccovi serviti. Oh, finalmente qui, ma l'olio è di quello... Finissimo, extra.
Vino? Bastano due bicchieri.
Sedami, eh? All'olio. Perché vedete, io passo soprattutto, ma l'olio deve essere
olio, perché quando è olio mi piace assai.
Avete gli stessi gusti di San Giovanni da collata.
Se io non gli metto nella lampada l'olio di quello buono, finissimo, San
Giovannino, il giovano cappello.
Mette un muso lungo così e non se ne fa niente di niente.
E ha ragione.
Mastro Agostino, che facciamo? Vi dobbiamo aspettare?
No, no, grazie, sono occupato con gli amici.
Torniamo a noi.
Ecco, bravo, torniamo a noi.
Dunque, scusate, Don Orazio, a prescindere, vi prendereste anche la
madre? Come, come, ci prendiamo chi?
La madre di mia figlia, cioè, vale a dire, mia moglie.
Andrebbe con gli sposi, va a vivere con lo sposo. Ah, ma lui ti sposta tutto.
Ma sì, figuratevi, sarà sempre con noi.
Me la prendo io.
Sì. Sì. Sì. Me la prendo io.
Brava.
Allora, è fatto.
È fatto. È fatto.
Che c'è?
Mia figlia non ha dovuto. Ma non ci tengo.
Ma proprio non ne ha sul serio. E non mi interessa. Ma non ne ha affatto. Ma è la
sposa senza la camicia. Eh no, la camicia l'aspetta. La legittima non
gliela posso negare. È giustissimo. È giustissimo. Allora è fatto, eh?
Fattissimo. Fattissimo. Si piglia anche la madre. Eh, ma è fatto sul serio.
Sì, vediamoci.
Parola d'arte, eh? Parola di re.
Allora quando ne parliamo alla madre? Allora ragazzo. Non c'è bisogno. Io sono
il padre, la madre e la figlia. In casa mia comando io.
Parliamoci chiare, io non vorrei che col fatto della semi-infermità... No, no,
no, è col semisano che vi parlo, col semisano.
Voi mi conoscete bene, vero?
Perché io affronto e non la sopporto da nessuno.
Allora parola data?
Parola direi. Bellissimo.
Si mette anche la mano?
Buon mattiniero.
Ma Stragostino, mi perdonate se vi chiedo una cosa.
Basta che non si tratta di quattrini, perché lì scatto.
Lì sono suscettibile, sono suscettibile.
No, no, no, niente danaro, ma che volevo chiedervi se avete parlato con Serafina.
Eh, quella sta ancora a letto, sarà nel settimo sonno. E poi queste cose ci
vuole tanto, figlio mio, ci vuole tanto.
Sì, sì, avete ragione, non mi adabbiate. Non mi farà pià. No, no, no, a comodo
vostro, a comodo vostro.
Beh, posso chiedervi un'altra cosa. Andiamo.
Non vi arrabbiate? Ma no che non mi arrabbio.
Ecco, volevo chiedervi se posso chiamarvi papà. Ma certo che puoi
chiamarmi papà. Sì? Anzi, lui è sicco, fa dopo.
Però dopo il fidanzamento ufficiale.
Prima no, che che?
Certo, dopo. E mi darete del tuo? Ma sì che mi darete del tuo. E se me lo merito
mi darete anche qualche scappellotta. Oh, hai voglia, figlio mio.
Scappellotti, calci, tutto quello che vuoi. Sì, sì, grazie. Grazie
anticipatamente. Mi dovete trattare come un vostro figlio.
A me?
Grazie, buongiorno e buon lavoro, papà.
Scusate, solo per questa volta. Poi dopo, eh?
Dopo, eh?
Dopo. Buongiorno e buon lavoro, papà. Arrivederci. Orazio?
Cresce e matura il grano, cresce la gioventù.
Cono piano piano i baffetti all'insù.
Nasce così l'amore, se lo coltivi tu, cresce come un bel fiore ogni giorno di
più. Di rolella, di rolella, cresci anche tu.
Quando hai vent'anni, ti ci vuole la mogliera, per aumentare la
famiglia di papà.
Chi cerca trova, puoi trovare una pantera, ma se sai fare, beh...
Una pecora sarà, e gira e rigira, rosa ti sospira e dina se ne va, non fare il
pignuolo, poi rimani solo con le mani in mano,
quando hai vent'anni, ti ci vuole la mogliera, con il pelo viene il vizio, ma
lo sposalizio te lo leverà.
Bravo, veramente bravo, lasciatevelo dire a don Agostino, ma voi siete un
esempio, licenziato, ma ligio al dovere.
Sì, ligio, perché non dovrei essere? Un animo veramente nobile.
Questi scostumati sono i vostri nemici e voi raccogliete i loro rifiuti.
Scemo. Avete ragione.
Avete ragione.
Avete ragione.
pulito, ciascuno si spazzi e si raccolga la sua immondizia. Sì, adesso poterò a
me pulire. Te lo proibisco. Te lo proibisci.
Portiere, portiere. Ecco, ecco, siamo qua.
Portiere, sentite, se tornassero a cercarmi, io non ci sono. Sì, lo so, ma
sa, quelli sono usciri, che hanno detto che se non c'è nessuno forzano la porta,
di fronte alla legge.
Che c'entra la legge?
Pensate a fare piuttosto il portiere, questo dovete fare. Va bene.
Questa corte è diventata addirittura un porcino.
Signore, cercate di pulirla. È giunta l'ora della riscossa.
Scusate, signore, stavamo appunto cominciando a pulire, non dubitate.
Adesso puliamo, adesso puliamo. Fortuna che ne avremo per poco di voi.
Abbiate pazienza, scusate. Roba la macchina.
Andiamo, ragazzi. Non prendete effetti.
Scusate tanto, signore, scusate tanto.
Hai visto che figura facciamo?
Lasciate andare, verba volante, come ha detto il vostro avvocato. Che vita!
Che vita!
Ne avrai per poco, anzi per pochissimo. Fra ronguari te ne andrai con tua figlia
e con tuo genero. Con chi me ne vado?
Zorda, stura di le orecchie. Con tua figlia ho detto e con tuo genero. E nei
fatti, sappilo, serafina e compromessa. Che cos'è?
Compromessa, promessa con... Volgarmente si dice fidanzata.
Ecco. Ho promesso fidanzata a chi?
A chi?
A uno che comanda la luce, che può fare giorno e la notte, che sostituisce il
sole. Codero, padre!
Ma io me ne vado, non posso perdere tempo con le tue scemità.
Scemità? Signora, io parlo da segno.
Serafina è finanzata a Orazio, l'ampionaia a bendizio del comune di
Napoli. Orazio?
Quello che lo sposi tu, finanzata? E col consenso di chi? Col consenso mio, io
sono il padre...
certamente la bella notizia del fidanzamento, gliela avete comunicata?
Io? Se gliel'ho comunicata. Altro che? Se gliel'ho comunicata.
Allora tutto bene?
Tutto, tutto bene, benissimo. A posto?
A postissimo.
Brava, brava Mastro Agostino, sono proprio contento, contentissimo, questa
è una cosa che mi fa molto piacere. Anche io. Arrivederci Mastro Agostino.
piano piano
Se per farvi una cosa gradita vuol dire che non canterò, o meglio, canterò
internamente.
sono vostro padre e su di voi esercito la patria potestà. Come vedete, io sono
il potestà di mia figlia.
Io non discuto nulla, ma Orazio non voglio nemmeno vederlo.
Ehi, dico, Serafina, voi farete quello che io credo opportuno che facciate per
il vostro bene, non che per il mio, perché vostra madre verrà a qua a
abitare solo con voi. Mai, mai e poi mai, e ditelo a quello stupido. Basta,
uscite.
Eh già, me l'hai ascoltato. E allora vuol dire che non canto.
Grazie.
Non canto, non canto. Un libero professionista che sta nel cortile per
affari suoi con i nervi tesi degli affari domestici e privati e non può
cantare, non può dare libero sfogo ai suoi nervi. E stiamo in un pubblico
cortile e non si può cantare.
sono maleducato, ma voi siete un facchino.
Maleducato, dieci volte maleducato.
Facchino, dieci volte facchino, anzi facchinissimo, super facchino.
Ma guarda un po'.
Sono andati benissimo. Che gioia, signor avvocato. Ma ora vattene, ho paura. Chi
vuoi che si occupi di noi con questa confusione? Tu non conosci mio padre?
Eh, se lo conosco. Sì, ma specialmente ora che si è messo in mente il
lampionario. Oddio, senti che parapiglia.
Vattene, che non farti vedere. Allora ci vediamo domani su in terrazza. Sì, a
domani.
Sì, ma vattene.
Con chi? Con me? Con chi?
No, questo mai!
E allora, Orazio?
Unire dove?
Dove? Vieni con me. E questo ti deve bastare, perché non c'è altra via.
Ti giuro che sarai mia moglie.
Eh, caro signor mio!
Io sono molto sensibile, non dovrei fare questo mestiere.
Con le scarpe ci parlo, capisco tutto.
Cambiali, eh?
Scadenze prossime.
Eh, purtroppo avete ragione.
Per quando questo è mezzosola?
Speriamo per sabato. Mi raccomando, perché se piove, capite?
Ho capito, ho capito.
Arrivederci. Arrivederci.
E tu, bambina?
Le scarpe di mamma. E chi è mamma? È mamma. Ah, già, tua madre.
Distratto. Ecco qua, vieni.
Quant'è? Due lire.
Due lire? Ma sta a costimo, voi siete pazzi.
Oh, chi è pazzo? Un paio di soprattacchi, due lire.
Ah, già, mi ero scordato. Non considerate l'infermità di mente.
Tenete una lira, se ne volete, sennò va raggiunto.
Aspetta.
Ma, Tracottini, io sono qui. Qui, dove fino è bello. Come ci va?
Quali comandi?
Allora, questa presentazione è ufficiale.
Quale presentazione ufficiale?
Come quella presentazione? Fra il mio comparello Razzi e vostra figlia per il
fidanzamento. Ah, sì, sì. Eh, sì, sì. Eh, domani, dopo domani.
Sabato. La settimana entrando.
Sì, vi pigliamo le cose troppo per le lunghe. Danna Costi, precisiamo. E
precisiamo. Io non sono un uomo da farmi portare in barchetta. Ma chi vi vuole
portare in barchetta? Dunque, allora mettiamoci d'accordo, stabiliamo una
data. Domattina alle 10, d'accordo?
Domattina alle 10.
Ma parliamoci chiaro.
Io non vorrei, voi mi capite, io non vorrei sorprese.
Sorprese? E quali?
Modestamente, non faccio per mandare, ma la mia parola è parola... Parola di re.
Parola di re.
Vedete, ma stra così.
Io sono una pecora, un agnellino.
Vedete che agnellino, eh?
Ma se mi vengono i cinque minuti vedo tutto rosso.
Guardate, guardate.
Voi lo vedete quel padre, eh?
Voi lo conoscete?
Ecco, io vi faccio fare la fine di San Giovanni De Collato.
Eh, ma quello era un santo, io non sono degno.
Degno o non degno vi metto alla testa del piatto.
Siamo intesi?
D'accordo.
D'accordo.
di stoffa, ecco le peste che mi guideranno alla scoperta del socchiatore
d'olio.
Ehi, donne!
Congetta!
Cosa sono queste grida fuori?
Serafina, non c'è più. Non c'è più?
E come si fa?
Diteci se vengono qui.
Signora, dove è mia figlia?
È fuggita.
Fuggita? Sono entrata nell'offanzino, vuoto.
Sul cuscino ci stava questa lettera. Io non so leggere, ma la caligrafia l'ho
vista. È sua, è scappata.
State qua, lasciate vedere a me.
Ma se non sai leggere nemmeno tu. Non so leggere, ma intuisco. Ma che intuisci,
che intuisci. Dai a me, l'occhio della madre è un'altra cosa.
Oh, mamma mia, figlia mia, come stava nervosa.
Guarda, scritto con la mano tremando. Non si capisce niente. Lascia qua, che l
'occhio del padre vede meglio dell'occhio della madre.
Terribile.
Ah, questa è A.
Ah. Questa è A. E poi?
E poi, è una parola.
Qui scivola Don Raffaele. Eh già, così mettiamo il nostro figlio in bocca a
tutti i vicinati.
Queste sono cose di famiglia, queste sono cose gelosissime. La lettera la
dobbiamo leggere noi.
Ma se noi non sappiamo leggere? E come si fa? Don Raffaele è amico mio e mi
posso fidare. Vengo anch'io.
Senza stupidaggini, Don Raffaele oltre che sa leggere, sa anche scrivere. Don
Raffaele! Don Raffaele! Che c'è? Ah, ve lo dico subito, eh! Se si tratta di una
nuova litia, non ci sono!
Sono occupatissimo! No, no, è che abbiamo una lettera. E vogliamo sapere
che ci sta scritto. Ah, ho capito, Gennarino!
Gennarino! Beh, non dico il tuo farlo saponato al signore, e il saponolo fino
a quando vengo io. La lettera è di chi? È di Serafino. Almeno così si può dire.
Eh, lasciate vedere, si vede prima di tutto la firma, sì.
Avete proprio indovinato, è di Serafina.
Ma perché vi scrive dal momento che vive con voi? È scappato, è scappato, non c'è
più. Almeno così spogliato. Lasciatevi leggere, la cosa è molto seria.
Carissimi genitori, papà e mamma.
Papà e mamma è inutile perché tanto ha già scritto carissimi genitori. E vabbè,
il genitore è una cosa, il padre e la madre non è un altro. Vuoi mettere che
io sono proprio il padre? Quando leggerete la presente non mi troverete
più. È vero, è vero, di fatti è scappato, non abbiamo trovato più.
con un bravo giovane avvocato che amo e che ha giurato di sposarmi. Vi
telegraferò dalla prima stazione di fermata.
Perdonatemi, beneditemi, vostra affezionatissima figlia, Serafina. Hai
visto se avevo ragione io, tutto per colpa tua.
Per colpa mia, per colpa vostra.
Un momento, c'è un po' scritto. Che c'è? Post scriptum. Che significa? Che è
scritto in un posto, è l'arrivo.
No, è un aggiunto, è un po' scritto. Ah, un po' scritto? Sì, è un caporale.
Finisci. Mi prego ancora di perdonarmi.
Vi giuro che non lo farò mai più. Non lo farà mai più. E quante volte lo voleva
fare?
Roboppino, eccomi qua. Sono in ritardo? Ma no, eventualissimo. Che eleganza.
Farò una buona impressione. Sto bene? Un figurino.
Oh, e i fiori? Li ho ordinati, li prendiamo passanti. Ah, bene.
E allora andiamo. Presto. Eh? Eh?
Uno, due, tre, quattro, si spade.
Donori.
Regina di coppe.
Dolori, scioccio, scioccio. Ma no, regina di coppe, donna concetta. Regina
sono io.
Sabatino. Silenzio, silenzio.
Non influenziamo le carte.
Io non sono un sabatino, io sono un tecnico della scarta, tu lo sai.
Per me sono pazzesco, la canviglia.
Senti, io vorrei sapere se è rapino dove si trova. Il posto dove sta è rapino.
Beh, adesso vedremo qua.
Dunque, cinque di denaro. Vediamo se riesce anche a scoprire chi è che si
socchia l'olio di San Giovanni. All'olio pensa, all'olio pensa. Poi dici che uno
non deve parlare. Penso a mia figlia e all'olio, perché l'olio è di San
Giovanni. Guarda, tua figlia non ti ha più da dire mai.
E dopo facciamo i conti, capisci?
Dopo facciamo i conti.
Sono molto emozionato.
Emozionato? Guarda, sei vicino a me, non devi essere emozionato.
Ma se quello non è sempre... Ma se quello che cosa? Un sti fiori e sorridi,
cammina, traccia... Buongiorno, a Stagostino noi siamo qui.
E già che abbiamo il piacere di vedere la signora Concetta... Io ho altro per
la testa che perdere il tempo con voi.
Orazio, donna Filomè, qui adesso non si combina più niente. Venite sopra con me,
voi pure, don Raffaele. Sì, sì, meglio andare sopra, bisogna concentrarsi. Ci
vuole raccoglimento.
Mio vicino con entusiasmo.
Don Peppino bello, come va, come va?
Io bene, e voi?
Ma sarà così, parliamoci chiaro, c'è forse qualche indoppo, qualche
impedimento? Per carità, io ho detto guisquiglie. Non avessi detto
guisquiglie, dici tu, non hai detto guisquiglie, ma io ho detto guisquiglie
e l'ho detto a priori.
La ragazza è uscita, ben secolo. Ah, è uscita?
Sì, ma è uscita per un pochettino, così.
Per un pezzettino, ritorna subito. Se avete pazienza, aspettate.
Ah, è uscita. Io dovrei rilevare questa indelicatezza.
Non so se mi spiego.
Ma per il momento passiamoci sopra. Ma sì, passiamoci sopra, va, passiamoci
sopra. Vuol dire che aspetteremo.
Hai visto se avevo ragione, assassino?
Tua figlia è scappata perché aveva l'inferno in campo.
L'hanno detto le carte. Donna Coggetta, venite, cose interessantissime. Donna
Agostino, state calma perché pensiamo a tutto noi. Venite, venite.
È scappata. Ditemi che non è vero.
Ditemi che non è vero.
Ho sentito, grazie, se la fine è scappata, è scappata. E io i fiori? I
fiori serviranno per qualche altro, sì, perché voi siete responsabili a fare dei
conti con me. Che vi ha detto Don Beppino Esposito?
Voi sapete la fine che vi aspetta. Sì, perché io andrò zinco, lo sapete.
Lo so, lo so, lo so.
Grazie, che comincia per il rosso. Ma fino a mi compromettete, aspettiamo.
E che aspettiamo? Aspettiamo fino a domani.
Fino a domani in questa posizione?
Giù la testa. Sì, signore. E va bene, e va bene, aspetteremo fino a domani, ma
lo faccio solamente per te. Grazie. Giù la testa.
Ma domani alle 10, spacco il minuto, spacco il secondo, spacco tutto.
Giù la testa. E tu domani non parlare. No, non dire una parola. Tu sei un'anima
nobile, troppo nobile. Giù la testa.
E domani alle 10 la ragazza deve essere qui, o guai a voi!
Giù la testa, siamo intesi, ecco. Che succede? Sono così, lo che?
Signora, a domani, andiamo, siamo intesi, giù la testa.
Ma che fai, pezzo di cretino, abbiamo la tragedia in casa e quello si mette a
scherzare. Mi sentite male, gli hanno fatto qualche cosa?
Ma che male!
Smuoviti! Giù le mani! Vai giù le mani, lo sai che hanno detto le carte!
Che hanno detto? Che Serafino non è lontano! Ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma,
ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma,
ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma, ma,
Tu hai la colpa e tu devi riparare. E già, adesso si sposava il larviolare.
Ecco. Non così, così.
Fai l'uomo una buona volta. Sei armato? No. E quando vai no? A tutto devo
pensare io. E che ti devo dare adesso?
Ah, figlia questa.
E cosa devo fare? Dove vado?
Cercala.
Siate uomo! Io vorrei vedere voi al mio posto. Si fa presto a dire siate uomo,
siate uomo. Già, ma voi che ve ne importate? Ah, questa è il mio
attitudine. Io vi ho aiutato in tutto, ho agito.
E che cosa avete concluso? Niente.
Eh, come voi.
Ah, non è detta l'ultima parola. Che parola è parola? Qui le ore corrono. Eh,
ma sopeppe, questi rasoi sono per voi? Sì, ma non subito. Primo questo lavoro
urgente per Don Peppino.
Ma che bisogno ha Don Peppino di questo coltellaccio? E poi i rasoi hanno la
precedenza. La precedenza.
Eh, eh, siate uomo. E che uomo è uomo?
Andiamo, coraggio.
Ah, ma chi vi scappa da questo Agostino? Ma andiamo, ma non vi conosco più.
Ma tutto c'è un rimedio. Fuorché la morte. Oh, che morte, morte.
Agostino!
Agostino! Che c'è?
Un'altra ventola di serapina. E che dice, che dice? Ah, questo qui è affare
mio. E poi ci sta un'altra cosa, è un'altra, non so, dei fogli che si
usano. Ah, è questo qui, un biglietto di viaggio per Montebello Sicolo.
via Villa San Giovanni Messina. No, e dov'è Montebello sicuro? In Lombardia,
no? Ah, in Lombardia, via Monte.
Appunto, dico, lo so. E questo che è?
Leggiamo prima la lettera e poi vediamo.
Carissimi genitori, papà e mamma, qui c'è il solito errore dell'altra volta,
vedete? Va bene, va bene, va bene, leggete.
No, dai, dai, dai.
Dai, dai, dai.
Ma va bene, leggete, va bene, leggete.
Proseguo per la Sicilia. Eh, eh, eh, in Sicilia.
Appunto, dico. Con il mio amato Giorgio che...
...onde celebrare il mio matrimonio colato.
E chi sarà questo signor Colato? Il suo, c'ero. Il suo, c'ero. Vi mando un
biglietto di viaggio e mille lire per le vostre spese di corredo. Vedete subito
che più presto venite, più presto ci sposiamo.
Vi abbracciamo e chiediamo la vostra benedizione. Vostra seratina insieme a
Giorgio. Mille lire, mille lire, figlia mia.
E dove stanno le mille lire? Ma io non... Ah, un momento.
Lire mille, questo è un bagno del Banco di Napoli.
Mille lire.
Il prezzo della colpa io non accetto. Ma tu sei pazzo! E Orazio, Don Beppino,
come faccio? Ma c'è Orazio che Don Beppino, io parto subito! Le bastissero
al matrimonio di mia figlia! Io sono condomaggio e dissidente! Ma non dite
cività, ma vi dev'assare in mezzo ai guai! E io approfitterai subito! Io
vado, corro, parto subito, mi preciso!
Congetta!
Congetta! Congetta!
Il velo in viaggio forse è meglio che me lo giusto.
Dovresti chiudere fino ai piedi, per non farti vedere.
Guarda chi parla, quello mi sembra un pupazzo vestito.
Io vado sotto al braccio con lei, combinata in quella marina. Anzi,
facciamo una cosa, io vado avanti e te vieno appresso.
Appresso, dico.
Quale appresso? Io non posso rimanere solo in mezzo alla strada.
Ecco qua, sono cinque dozzine, benissimo.
Ne volete un'altra dozzina, senza complimenti? E perché no, così facciamo
mezza dozzina di dozzine.
Grazie. Posso cliccare un'altra dozzina?
E questa volta credete che Serafino la troviamo?
Se lo crede, non ci mancherebbe altro. Tu sai che cos'è il 48?
La rivoluzione. Io quello faccio succedere.
Avanti, spicci.
Spicciati, fai presto. Perché mi hanno detto che il treno di mezzogiorno parta
alle 12.30.
Ecco qua.
Spicciati, perdiamo il treno. Ho dimenticato un uomo.
E che te lo porti a fare?
Parte tutta la famiglia. Vai presto.
Uh, Don Peppino, guardate!
Scoppa! Sì? Questa volta succede il finimondo!
Don Peppino?
Don Peppino?
Il tempo vola e possono arrivare da un momento all'altro. Eh, due mani o vai
quasi pronto.
E Maria e Rosalia dove stanno? Stanno a pagliare le lasagne.
Dunque, tutto combinato. Il matrimonio si farà a casa. Il sindaco è stato
felicissimo. Ma come ancora non sono arrivati? Sono in pensiero. Che abbiano
perso il treno? Ma no, avrebbero telegrafato. Eh già, si capisce. Per un
professore un telegramma cos'è.
A proposito, per non fare sbagli, professore di che?
Di storia, vero?
Sì. Di storia e geografia.
Voglio accomodare lì sopra. No, riceviamoli qui.
Avanti, avanti.
Tutti i suoceri.
Onoratissimi.
Onoratissimi. Prego, professore, accomodatevi.
E dico, dice a voi.
Io sono Agostino Miciaccio, padre legittimo e putativo di Serafino e mia
figlia. Io sono la legittima sua signora. Tanto piacere di avere l'onore
di fare la vostra bella conoscenza. Cacete con queste querimonie. Mi devo
presentare o non mi devo presentare? Non è il caso. Perché non è il caso? Non lo
è. Papà, mamma.
Venite avanti, vi prego.
Accomodatevi. E tu, Rosalia, prendi le valigie.
Giammai, indietro.
Io sono qui solamente per esportare mia figlia Serafina, che voi qui detenete,
la onde.
Riconturla alla sua patria magione.
E voi parlate difficile, caro professore.
Ci dovete compatire, gente di campagna siamo. Giorgio poi ci spiegherà che cosa
avete detto. Sì, sì, poi ve lo spiego io. Ma intanto, professore, voi non
potete rimanere con le valigie in mano.
Signora. Ma tu lo accomodati.
La soglia. Le valigie. Non mollo.
Ubbidisci. Sono dissidente.
Dissido. Ma papà, che fai? Ma andiamo, professore.
Insisto. Ho detto che dissido. Ma questa è una violenza.
E va bene. Ma Romualdo, no.
Chi è Romualdo? Come chi è Romualdo? È il merlo di famiglia.
Anzi, c'è chi mi avete usato violenza.
Da queste parti meraviglie simili non se ne vedono. E certo che in città. Sì,
certo, certo, è un'altra cosa.
Specialmente nella nobiltà. Io a casa ne tengo una mezza dozzina. Tutti uguali. E
costano, con maremia. Non potete immaginare quanto costano. Ma noi
areostatici non ci badiamo. Già, già, già.
Andiamo a riporlo con cura e poi a tavola. Sì, a tavola. Tenda le penne.
Sono Mangino.
Sciocchezze. Alla volta.
Ecco qua.
Caro Romualdo, qui starai benone.
L'aria com'è, buona?
Buonissima. Meno male.
Oh, ma a proposito, vuoi dirsi come?
Io sono il nonno di mio nipote Giorgio che sposa vostra figlia Serafina. Sposa
mia figlia Serafina? Già.
Io decido.
Sono da posto per oppormi. Decido.
Professore, ci dovete compatire. Gente di campagna siamo.
Lo so.
Di questo ne possiamo parlare più tardi. Piuttosto andiamo a tavola. Le lasagne
sono quasi pronte.
Lasagne? Arrabù.
Poi c'ho un bel capretto al forno. Con le patate? E cipolline.
Delle polpette di maiale fatte all'uso nostro.
Non ho appetito.
Abbiamo anche ammazzato quattro dei polli.
Belli. Così.
Quattro. Quattro.
Non ho appetito. State male di stomaco? No, sono dissidente.
Sei contente?
Giorgio, io ti devo essere tanto riconoscente.
Non so spiegarmi.
Vorrei che tu capissi tutto quello che c'è qui dentro.
Ma che dici, Serafina? Io ti amo.
Riconoscente di che? Sei tanto buono.
Anche i tuoi nonni.
Avevi ragione quando mi parlavi di loro.
E io... Mi sembro un sogno, Giorgio. Non è un sogno.
Domani sarai mia moglie.
Mastro Vincenzo ha portato le scarpe. Benedicite, signora. Ma vi pare che sia
questo il momento? Stiamo per andare a tavola. Vabbè, un minuto solo.
Guardate che galanteria.
Non per vantarmi, ma scarpe come queste non se ne vedono, non dico in Sicilia,
ma neanche in tutto il continente.
Scarpe che possono stare dentro la vetrina di un gioielliere.
Noi dobbiamo andare a tavola, caro Mastro Vincenzo. Me li provo domani.
Provvidenza, pacali. Quanto vi devo?
Ecco, per legge, queste scarpe in città varrebbero 40 o 50 lire.
Qua siamo in paese e poi, voi vecchi clienti, facciamo 28 lire e non se ne
parla più. Basta che non lo dita a nessuno.
Quanto? 28 lire.
28 lire.
Permettete un momento.
Come come, scarpe? Da esposizione.
Menzognero!
Queste sono scarpe da fiera.
Da fiera? Da fiera.
Degne di... 7 lire, 6,50 al massimo. 6,50?
Ma che ne capite voi, signor mio? Che ne capisco io.
Come, che ne capisco io?
Che ne capisco io?
Dai qua.
Imbrinis e tandimonio.
Una scarpa fine si fa di capretto o di vitellino di latte.
Perché questo qua che cos'è? Questo qua che cos'è?
Questa è la madre del vitello.
Chiamata volgarmente bacchetta.
Che professore.
Secondis.
Questa tinta è fatta col vitriolo.
Sì.
Sì, vitriolo.
E di fatti... Un signore appena sopra vi poggia il dito del pipistrello della
mano, se lo sporca, se lo anirifica.
Guarda.
Tersis!
Tersis, questa suola non è battuta a dovere e di fatto dopo un giorno o due
di marcia o di camminamento a piedi, la lingua come canna da caccio.
Ancora due parole, non ho frito verbo. Gli elastici sono di cotone e non di
seta, perciò cedono, vedi? Vedi che cedono?
La tramezza è usata, fraudolente.
I punti di questo guardione sono dati con la zappa e non con la lesina, dico
lesina, ed infine, mio caro amico, le solette interne. Guarda, che piano.
Perciò, mio carissimo signor Ciabattino, queste scarpe sono da fiera, 6,50, e se
non sapete fare il calzolaio, andate a fare il farmacista.
Che è meglio, rimembris, omnibus, cioè ricordati uomo, che il calzolaio si
nasce, non si diventa, o streghetta.
La scienza, tutto sa, tutto.
Ma signora, che è il calzolaio? Ma che vi scappa, Mastro Vincenzo? Il ciocero
di mio nipote è un professore, un pozzo di scienza. Ma da come ha parlato?
Mi ha avvelito.
Basta, tenetevi le scarpe e datelo quanto volete.
Ritornerò, tanto è ora di andare a tavola. Sì, sì, Rosalia, prendi le
scarpe, va, date qua.
Io le faccio tagliare la testa che quello è stato già battino come me. Che
dico? Buon appetito.
Buon appetito.
Ed ora, a domani a mattina, bevo alla salute di mia figlia Serafino. E più
bevo e più divento tenero alla salute del mio caro genere.
Però ricordatelo, eh, e tenetelo bene in mente che io sono sempre dissidente.
Alla salute.
Auguri, auguri a tutti quanti.
Auguri.
Auguri, sono anch'io professore.
Mannaretro. E ora andiamo a dormire perché i nonni hanno l'abitudine di
andare a letto presto. Come le galline.
Non ci sono locande, dico, in questo paese? Ma che locande, non ci
mancherebbe altro. Signora Comare, non gli date retta.
Venite Comare, vi accompagno. Vi aspetto.
Rosalì, non è ancora sparecchiato.
Vedete.
Rosalì.
Buonanotte. Ah, parecchio, parecchio.
Ah,
finalmente. Sì, finalmente.
Non ti farà l'illusione che dopo venti anni io dormo al tuo fianco? No, figura,
di che piacere. Meglio in un letto di rospi. Benissimo.
E allora vuol dire che nel letto ci dorme il sottoscritto. Tu sotto.
Sotto dove? Sotto il letto. Ah, mi fai ridere.
Agostino, senti, non ci facciamo conoscere, almeno fino a quando se la
vita non si sposa. È quello che dico, dunque non farò la lavandaia.
Agostino! Non cedo.
Di fronte ai miei principi sono irremovibile. Benissimo, allora io vado
a letto e tu arrangi. E quello che vedremo? Vedremo.
Come sei un nervoso.
Oh, finalmente, provvidenza. Quel benedetto cristiano si era messo un
'altra volta a tavola. A mangiare. A cominciare da capo. E che stomo qua? E
che ne so io, si vede che la scienza... Beh, diciamoci subito che stai posto il
dinosario che casca dal sole. Sì, sì, sbrigamoci. Perché il nostro nipote però
si è scelto una bella moglie. Bella e buona, ma non cominciamo. Sì, subito.
E domani sarà una magnifica funzione. Si farà il matrimonio in casa, come i gran
signori. Andiamo. Allora cominciate voi. No, meglio cominciate voi.
Presto saremo bisnonni e non capita a tutti.
Davvero. E allora comincio io.
Io vorrei che fosse femmina.
Ed io maschio.
Ma non cominciate. Sì, subito. Ma è meglio femmina. Meglio maschio. Meglio
femmina. Meglio maschio. Meglio femmina.
Il posto agli ospiti.
Via.
Ecco fatto.
Eh no. Eh no, eh no, caro San Giovanni mio. Così non andiamo d'accordo. Che
che? Affatto.
Anche adesso stava per compromettermi. Va bene, voi mi potete dire. Ma sai, io
stavo chiuso nella valigia, non ho sentito. È transiat.
Io me lo vado a letto. La notte porta consiglio. Pensateci, ci vediamo domani.
Buonanotte.
Sì, mio caro maestro, anch'io sono amante e coltivatore della mosca e
perciò voglio preparare la bella sorpresa alias introvisata in onore
delle fauste nozze provocate.
Oh, non dubitate, professore, se volete sentire una prova, lo esigo. E a che
ora? Alle due, va bene. Benissimo, ci conto, eh?
Ci conto. Cerea!
Buongiorno!
Buongiorno!
Buongiorno!
Scusate, paesano, dov'è un buon negozio di cibarie? E che?
Dico cibarie, dolciumi, liquori affini, roba da mangiare, ecco. Ah, è in fondo
alla strada a sinistra. Ah, in fondo, grazie. E se volete venire anche voi
alla festa patrimoniale, ed anche voi, la cerimonia è alle quattro. Ah, grazie,
grazie. Prego.
Buongiorno.
Ed anche voi, eh? Sì, grazie.
Il resto penso io. Corra.
Ma il professore? Non è ancora tornato. Che gli sarà accaduto?
Ma andiamola a cercare. Ma niente, cosa vuoi che gli accada? Sarà in giro.
Eccolo, è qui, è qui. E il professore ci avete fatto stare in agitazione. E che
dovrei dire io?
Altri agitazioni.
Ma dove sei stato?
Dove sei stato? Parla con me. Che ti è successo? Purtroppo non posso parlare.
Perché non vuoi parlare? Pericolo di vita.
Perché? Sono vivo per miracolo. Sono vivo per miracolo. Sono vivo per
miracolo. Non restavate ben zero, ma capite. Chi è il papà?
Un bicchiere di vino per rimettermi. Un bicchiere di vino, grazie.
Vedete,
senza complimenti, questo è di quello stravecchio. Ti fa bene, certo ti fa
bene. È scarso, ma non fa niente.
Alla salute.
Inconvidente, professore, cosa vi è successo?
Non posso parlare.
Dite.
Non posso parlare. Ma oramai però credo di essere...
Al sicuro? Meno male, meno male. Un altro bicchiere. Subito, subito.
Scusate la domanda, professore.
La quadriglia in onore degli sposi la balliamo prima o dopo la funzione del
matrimonio? Dopo, è usanza. Naturalmente la comandate voi. Sì, la comando io.
Potestamente sarà una quadriglia che fra epoca... Meravigliosa.
Immagina, un altro bicchiere.
Passo le mani, signore.
Come va da queste parti? Che c'è? Un altro conto di scarpe? No, signore,
signora. Non sono stato invitato anch'io a questo bel trattenimento?
Invitato? Sì, signore. E da chi? Come da chi? Dal professore.
E ha insistito moltissimo.
E non solo con me.
Anche con altri.
Tantissimi. Tantissimi? Sì, signore. Ecco che ne arriva.
Ma scusate, professore, tutta questa gente l'avete invitata voi.
Per chi? Ho fatto male. Chi dice una cosa simile? Ma soltanto non eravamo
preparati e ho paura che non ce le sia per tutti.
Ah, ah, ah, con Mara, con Mara, questo mi adolora. E allora che è professore
suo. Ho pensato a tutto.
Ho pensato a tutto io.
Rivede, rivede. Ho ordinato dolciumi e cibarie che basterebbero per tutto il
paese e oltre.
Ma perché vi siete disturbato? Voi siete in casa nostra.
Non mi sarei mai permesso di farvi un affronto simile. È tutto a conto nostro.
Ah, a conto mio. È evidente. Grazie. Che bella gommata. Che bella gommata.
Voi, Serafina Miciaccio, siete contenta di prendere per legittimo sposo Giorgio
Maria Santa Paola?
Dunque? Sì, signore, è contenta, signor sindaco.
Silenzio. Ma io sono il padre. Deve rispondere la sposa. Ma la sposa non è
pratica, è la prima volta.
Dunque? Sì.
E voi, Giorgio Maria e Santo Paola, siete contenti di prendere per vostra
legittima sposa Serafina Miciaccio? Sì, signore.
Silenzio per la seconda volta.
Siamo scappati insieme, vorrei vedere.
Silenzio. Appunto, dico.
Dunque, sì.
Allora, in nome della legge... Vi dichiaro in arresto. Vi dichiaro in
arresto. In nome della legge siete marito e moglie.
C'è, c'è, se fa, fatti.
Oh, Serafino.
Sto passando certi quarti d'ore per te, figlia mia. Tuo padre rischia la vita.
Ma come, papà, se tutto va così bene? Sembra te.
Attenzione, fate crescena senza far confusione.
Aspettate! Aspettate! Aspettate!
Aspettate! Aspettate!
Aspettate! Aspettate!
Aspettate! Aspettate! Aspettate!
Aspettate! No, no, ma nemmeno per sogno, è una figura di una quadriglia. O sei un
bofone? Sì, signore. Come sì, signore?
Un mancatore di parole? Sì, signore. Un borattino, un pagliaccio, un vigliacco,
un verme miserabile al rifiuto di tutti i rifiuti?
Tanti sì, signore. E se non me lo date il tempo?
Sì, signore.
Chiedimi perdono.
Oh, ma se è per questo, subito!
Dove mi fa?
Sarebbe troppo comodo.
Invece io devo ridurti uno straccio, una pezza.
Tu stessa hai voluto la tua fine.
Avrò il castigo che ti metti! Sì, lo so.
faccia di bronzo, traditore. Don Peppino, ora ti faccio vedere io.
Credevi di cavartene con la fuga, imbroglione che non sei altro.
La tua ultima ora è sonata.
Ma prima voglio strapparti i capelli a uno a uno.
Troppo tempo, Don Peppino, può venire gente?
Ha ragione.
Me ne infischio, giù la testa.
Ora ti faccio vedere io se Don Peppino Esposito è l'uomo da farsi fare scemo da
un imbecille come te.
Ma dove hai imparato a vivere, pezzo di cretino insolente torso di broccolo?
Siete voi, Don Beppino, voi siete il ladro dell'olio. Io? Quale olio? È giù
la testa. È giù la testa, giù la maschera. San Giovanni, l'ho trovato, l
'ho trovato.
Il vostro gilet di accusa. Quale gilet? Il bottone.
Dove sta il bottone?
Eccolo qua. Il buco.
Ecco il bottone. Sì, con bacio. Ti ho preso a calci e sei scappato.
Guappo di cartone. Ma chi è? Basta così, badate.
Ladro. Badate.
Ladro. Badate.
Mamma mia, che succede?
Ascolzone.
Parabutto. Chi è?
Badaro, non mi provocate.
Non mi provocate.
Io vi distruggo!
Bravidone! Alle spalle!
Io le polverizzo! Fatate!
Io sono direttore del profilo. Fonda così che io mi infulio!
Eh, alle spalle!
Ma...
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